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giovedì 28 aprile 2011

Che cos'è la fedeltà? What is fidelity?

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 Lunedì/Monday May 1st
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Il caso: un professionista bene, diciamo un avvocato del triveneto, provincia ricca e asciutta, sposato da un ventina scarsa di anni, un solo figlio, che si immette nell’adolescenza. Non un amicone né uno espansivo. Bravuomo si intende, ma un po’ chiuso, un po’ imploso direbbero i maliziosi. La moglie gli annuncia che andrà in gita a Lisbona con una comitiva di donne: sorelle, amiche, la mamma. Lui ammicca sulle prime, poi inizia ad irrigidirsi, la sua rabbia sale finché, utilizzando un pretesto, esplode: non ne può più di lei, n di lei né del figlio, che ha un vita da vivere lui, e la rivuole tutta, che loro sono un peso e lui vuole la sua libertà. E che ha gi parlato con un collega per capire come fare.
Ora: che cos’è la fedeltà? Non è una domanda semplice, anzi non è una riposta semplice. Non è vero. La risposa in sé è semplicissima, potrebbe non essere gradita a tutti, ecco il punto. Erché noi, noi due, siamo fermamente convinti che la fedeltà NON è una catena, una prigione,  un peso, neppure una limitazione della mia libertà. Non è altro se non l’altra faccia delle responsabilità. E’ la risposta dovuta ad una scelta, libera e assolutamente non imposta da nessuno, che abbiamo fatto noi in persona.
Sentiamo spesso racconti di matrimoni, o legami, che vanno in pezzi perché uno dei due reclama la propria libertà pretendendo che non potrà mai più essere felice con il coniuge/compagno. Abbiamo forti dubbi. Tutti i matrimoni affrontano crisi, anche tempestose. Nessuna unione ne è immune, tutte hanno delle sfide da superare. Insieme.
E’ la vita bellezza.
Ora san Giovanni la fa breve affermando che tutti i peccati che derivano da quello originale, nient’altro che la pretesa di essere come Dio e decidere che cosa è bene e che cosa  è male, alla fine si possono racchiudere in tre categorie: concupiscentia carnis, concupiscentia oculis, superbia vitae. Lasciate stare la teologia: questa suddivisione funziona benissimo anche antropologicamente parlando di colpe e non di peccati. O meglio di egoismi.
Infatti qui ci sono le cause che sbriciolano la fedeltà: la passione affermata come bisogno, il desiderio di possedere la propria visione personale del futuro e la pretesa di essere più importante degli altri e di poter affermare la propria volontà.
Infrangere la fedeltà in altre parole è descrivibile, per usare parole di Tolkien, come la fuga del disertore.
Ecco la fine del post e l’inizio delle discussione. Perché c’è tanto da dire. Con la pacatezza e la passione che ha contraddistinto i commenti in questo blog, con il rispetto –mai confuso con la concessione alla verità- e con il gusto di ragionare insieme.
Non pensate?


English version




The case: let’s say a professional, a lawyer, North Est of Italy, rich countryside. Married for18 years, one kid, in his teens. Not the best example of sunny person. Not bad, but… introvert. His wife announces she’s gonna make a trip with sisters, mother and friends, all women. To Lisbon. Few nights. At the begging he winks, then start becoming nervous and aggressive. His wrath seems to grow, till the last episode: using a pretext he shouts that she makes him mad, she and her son, and he does not to gone along with them, he want his freedom back. He talked to a colleague to discuss the matter.
Now what is loyalty, fidelity? It’s not an easy question: it’s not an easy answer. Oh well, actually it’s a very easy answer, but it might be not a pleasant, enjoyable answer for everyone. Because we do strongly believe that it’s not a chain, not a prison, not a burden, not even a limitation to my freedom. It’s nothing but the other side of liability, responsibility. It’s the due answer to a free choice made without any constraint or obligation.
We often heard of marriages or even links that are broken because one of the two spouse or partners claims her/his freedom pretending she/he cannot be happy again in that situation. We doubt about it. All marriages face struggles and challenges. Not even one is immune, we all have dealt with crisis.
It’s life, stupid.
Now st. John claims that all the sins that come down from the original one, the demand to be like God able to tell good and evil, can be wrapped up in three main categories: concupiscentia carnis, concupiscentia oculis, superbia vitae. That means: the desire of the flesh, the desire of the eyes, the produness of life. Don’t take this as a theological point, it works also from a anthropological point of view. Don't talk about sins, think about causes.
These are the causes that breaks fidelity: the claim of passion; the desire of posses one’s own vision of the future; the pretention to be able to stand over the other.
Breaking fidelity, generally speaking, is like the deserter’s escape, to use Tolkien’s powerful image.
And the end of this post is just the beginning of the discussion. Because there is lot to discuss here. Politely stating different opinions, with passion but with respect for other people’s point of view, without mistaking the reverence with the affirmation of the truth.

Don’t’ you think?










martedì 26 aprile 2011

Dianova: l'aiuto possibile - Dianova: the possible help

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 Giovedì/Thursday April 28th
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Mi è stato chiesto dalla d.ssa Grazia Greco dell’associazione Dianova un piccolo aiuto per promuovere sia il loro nuovo saggio sul tema della tossicodipendenza, sia l’associazione in se stessa.
Lo faccio con piacere, augurandomi che questa segnalazione non sia utile, nel senso che non si crei mai la ragione per dover fare ricorso a ciò che Dianova offre come supporto alle famiglie.
Sappiamo tutti che il rischio esiste sempre e per ogni famiglia, per quando nessuno di noi voglia affrontare il tema e si rassicuri affermando che no, ai nostri figli non può succedere. Lo prego ogni giorno, è ovvio. Detto questo è bene essere al corrente anche per dare magari un aiuto o un indirizzo a chi ne ha realmente bisogno.
Lascio la tastiera alla d.ssa Greco che ci racconta di più di Dianova.


Dianova presenta “Non oltrepassiamo la linea gialla”, un manuale sulle droghe che vuole essere un facile strumento di conoscenza per quanti, sia giovani che adulti, necessitano di quelle informazioni fondamentali per comprendere meglio il fenomeno complesso e sempre in trasformazione delle droghe, delle dipendenze e dei disagi ad esse correlate.
Il manuale è suddiviso in tre diverse sezioni.
1.  La prima parte è dedicata ad una descrizione delle droghe e delle altre sostanze lecite che possono provocare dipendenze e danni all’organismo.
2.  La seconda, contiene diverse storie e testimonianze di chi ha vissuto direttamente o in maniera indiretta il problema della dipendenza.
3.  L’ultima sezione, infine, è dedicata a chi è coinvolto nella formazione e nella crescita dei giovani.

Con questo libro, l’Associazione Dianova intende mettere la sua pluriennale esperienza nel campo delle droghe a servizio di genitori e figli e, nello stesso tempo, finanziare, con i ricavi ottenuti dalla vendita del manuale, le attività delle sue comunità terapeutiche.
Il link consente di visionare un’anteprima del libro, avendo anche la possibilità di comprarlo online.

Nata in Italia nel 1984, Dianova è un'associazione No-Profit che si occupa della riabilitazione di tossicodipendenti e alcolisti, con l’obiettivo di offrire nuove opportunità per migliorare la qualità della vita di coloro che vivono questa particolare situazione di disagio.
L’Associazione opera in Italia attraverso la gestione di 5 Comunità Terapeutiche Residenziali e di 3 Centri di Ascolto ed aderisce a Dianova International Organizzazione non governativa presente in 11 nazioni e nel Consiglio Economico dell'ONU nelle aree educazione, giovani e tossicodipendenza.







English version







I’ve been asked by Giulia Greco, from the Dianova Association, a contribute to promote their recent book on drug addiction, and of course the association too. I’m please to help, wishing and hoping that this post will never be useful to any of our readers, that meaning that no one will have ever to face such problems.
We all know that this risk is always present, and even if we do not want to think about it, we are intimately aware that it could happen to us. We do daily pray for avoiding this drama. Knowing Dianova could be a resource also for people we may met whom need a support or a lead.
So let dr. Greco introduce the book and Dianova international.


The book we are presenting, at present just in Italian, is a manual about drugs, a simple tool to easily learn basic information about drugs and addiction.
Three are the main parts of the book:
1. A list and description of drugs.
2. Personal stories and testimonies.
3. The role of educators

With this book we intend to share our experience with families, parents and kids, and finances, with the profits, our activities.

Dianova Italy, founded in 1984, is part of the Dianova International network, a non-governative organization which is present in 11 countries and in the Economical Council of the UN. 







sabato 23 aprile 2011

Non facciamoci del male - Let's not hurt ourselves

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 Tuesday/Martedì April 26th
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Primo racconto
Siamo seduti nella lounge a Malpensa in attesa di imbarcarci per il nostro volo per Toronto. Di fianco a noi una famiglia, piccola. I genitori sembrano meno giovani di quello che ti aspetteresti guardando la figlia, che dovrebbe avere nove o dieci anni sebbene parli con quella innaturale e fastidiosa maturità, tipica dei bambini cresciuti a forza, sviluppati precocemente, quasi accelerati. La mamma siede proprio di fianco a me, è appena tornata dalla visita al duty free. La figlia la apostrofa seccamente: “ero sicura che ti saresti comperata le sigarette” esclama. In effetti sa pesantemente di tabacco. Sta smanettando sul suo computer che ha acceso nello stesso instante in cui si è seduta, e cerca di collegarsi alla posta. Il padre, chino e prigioniero del suo portatile, emerge dalla concentrazione per annunciare quali titoli ha appena comperato alla borsa di Taipei o giù di lì. La bambina cerca di interagire, di interrompere questo circolo informatico. Invano. Alla si decide ad estrarre dal suo zaino una playstation nella quale si immerge istantaneamente.

Secondo racconto
Sono due professionisti, avvocati forse, o notai. La storia non dice, se non che sono stimati ed efficaci. Vivono un bel condominio immerso nel verde. Sono persone coraggiose. Anni fa hanno adottato una bimba asiatica, che ora va per i tredici anni, e ne hanno anche uno loro, un maschio, poco più grande.
E sono grigi, polverosi. Implosi.
Tutto ciò che fanno sembra goffo, sgraziato. Ridicolo per i maliziosi. Non si conoscono loro amici. Li vedono fare tutto assieme, vivere come un corpo solo, senza sorrisi, chiusi spesso in casa, dalla quale si dice emani un odore grasso e acido, che ti fa pensare alla tenebra e alla morte. Forse cibo, forse altro, forse solo tristezza.
I figli sono educatissimi: ti salutano in modo cortese e appropriato ogni volta che ti incontrano. Eppure lo fanno con occhi spenti, annebbiati che ti fanno pensare ai personaggi di un film dell’orrore pronti a sorridere formalmente mentre ti stanno per sventrare. Ti sembrano coperti da un mantello grigio di fuliggine, come gli orchetti dentro a Mordor.

E allora? Perché raccontare queste due storie? Per deridere? Biasimare? Assolutamente no. Non ce n’è alcun bisogno né senso. Perché è sempre più facile vedere la pagliuzza altrui che la propria trave.
Piuttosto come provocazione, per riflettere, per ragionare su di noi. Per capire. Noi, non loro.
E per suggerire: famiglie, non facciamoci del male da soli!
Attendo vivamente i vostri commenti, sono graditissimi.








English version


First story
We sit in the lounge in Malpensa, waiting for our flight to Toronto. Next to us a small family. Parents are aged compared to the young girl, she should be nine or ten although she talks with a annoying maturity of a accelerated grown up kid. The mother sits close to me, she just came back from a trip to the duty free. “I could have bet you would have bought cigarettes” the girls reproach her. Actually she heavily smells tobacco. She is working on her laptop, she opened it the same moment she set. She is wandering in her mail trying to find something. The dad is bend on his laptop, announcing from time to time which kind of stokes he is buying in Taipei or somewhere else. The girl try to interact, trying to break this circle, without any results. At the end she pull out a sort of playstation from her backpack and start playing.
Second story
They are both professional, attorney or something like that, good ones we’ve been told. They live in a nice house, with gardens all around, and are in some way brave, having decided in the past to adopt a kid from Asia. She is twelve now. And then they have a boy of their own, fourteen or fifteen. And they look gray, dusty. Imploded.
Everything they do seems to be clumsy, gawky. They are not known to have friends. They live all together, doing everything together, mostly inside their home, which -people use to say-stinks, that muffled smell that evokes darkness and death.
The kids look at you with faded eyes, they are very gentle, always murmurs appropriate greetings. But I do not know why, you always end up comparing them to the characters of an horror movie, ready to smile and kill you very fashionably.

Now what I want to claim with this two stories? No blame at all: it could be easy to find the straw while avoiding to see our beam…
Just a provocation, food for thoughts. And a suggestion: let’s give up hurting us.
Now I wait for your comments, which are really welcomed. 







mercoledì 20 aprile 2011

Il dialogo Venusiano - The Venusian Dialogue


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 Sabato/Saturday April 23rd
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Brevissimo post prepasquale (e tra parentesi auguriamo a tutti una Pasqua santa, ricca di gioia e significato, e con tanta tanta serenità)
Dato che sembra essere così difficile gestire le nostre differenze nel consolidamento delle relazioni –le donne lo fanno parlando, gli uomini fanno fatica ad ascoltare e preferiscono risolvere problemi che le mogli hanno già risolto- ecco un semplice e potente strumento proposto da John Gray: il dialogo venusiano.
Per gli uomini: prendetevi il tempo per ascoltare le vostre mogli per almeno dieci minuti, in silenzio, con tutto il vostro cuore, la vostra attenzione e la vostra passione. Non interrompetela assolutamente se non per porre domande, e non sui dettagli quanto per permetterle di approfondire. Va benissimo “dimmi di più”. Non osate fornire soluzioni o contestare affermazioni.
Per le donne: sì, capisco, all’inizio può sembrare un po’ falso e meccanico, ma dateci tempo e lasciateci imparare. Cercate, per favore, di apprezzare lo sforzo e aprite il vostro cuore per  dirci che cosa vi disturba, vi opprime, vi angoscia. Drenate il dolore dalla vostra anima e mettete alla prova la nostra capacità di ascoltare.
Non è troppo difficile, può funzionare. Vogliamo provare?








English version




A short pre-Easter post (and by the way enjoy a peaceful and cloudless Easter rich of meaning and brightness)

Since it’s so difficult to cope with our differences in building relations, women need to talk to strengthen a link while men usually don’t love to listen and want to solve problems, here a simple and powerful suggestion from John Gray: the Venusian dialogue.
To men: set the time to listen to your wives for at least ten minutes, with all your hearth, your attention and your passion. Do not interrupt her, just ask some questions, not on details but on emotions or to let her go deeper into the situation. Best possible one is “tell me more”.  Don’t dare providing solutions or arguing.
To women: yes, at the beginning it might seems not so sincere and natural, but give us a chance, we can learn from it. So, please, try to appreciate this effort and open your heart and tell us what bothers you, what hurts you, drain pain from your soul and test our capacity to listen.
Not too difficult, it can work. Do you wanna try?







sabato 16 aprile 2011

Intervista a - Interview with Gloria Bevilacqua


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 Mercoledì/Wednesday April 20th
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Gloria Bevilacqua è molte cose, tutte interessanti e tutte così belle che vale la pena dedicarle dello spazio in questo nostro blog che parla di famiglia e della fatica -deliziosa, dovuta, generosa, ricca, ma sempre fatica- dell’educazione.

Autrice di studi di rilievo, come questa ricerca alla quale ha collaborato, attiva su internet in più blog –da segnalare questo pezzo sulla conciliazione tra vita privata e vita professionale- Gloria è anche…. No, non anticipiamo nulla, chiediamolo direttamente a lei


Ci puoi descrivere la tua attività?

Esercito la professione di psicologa da 10 anni, mi occupo di interventi di consulenza organizzativa e in parallelo di psicoterapia ipnotica.

Da quando è nata nostra figlia Gaia - nel 2009 - io e mio marito Enrico Lorenzi abbiamo fondato AttivAzione, uno studio associato di Psicologi. Ci proponiamo di fornire strumenti e consulenza per attivare e irrobustire le risorse e le capacità inespresse delle persone. I nostri interlocutori sono prevalentemente organizzazioni ma abbiamo mantenuto un piccolo spazio dedicato all’attività clinica e quindi agli individui.

Oltre ai classici ambiti psicologici ci siamo appassionati alla conciliazione tra privato e professionale: bilanciamento lavoro-vita privata, pari opportunità, benessere organizzativo, gestione del tempo e dello stress, gestione del ruolo professionale e personale, efficacia organizzativa e sostenibilità ambientale.

In pratica stiamo perennemente in bilico al confine di ambiti e mondi differenti, creiamo interconnessioni e ponti: lavoro entusiasmante e mai definitivo!

2) che tipologie di persone o famiglie o organizzazioni generalmente si rivolge a voi?

I nostri interlocutori sono prevalentemente organizzazioni che hanno bisogni legati alla gestione delle persone che lavorano per e con loro. Grazie agli interventi formativi possiamo confrontarci direttamente sia con i referenti aziendali sia con i collaboratori, in contesti di apprendimento e cambiamento, a volte voluto più spesso solo  necessario.

Quello che sperimentiamo in azienda non è poi molto distante da quello che le persone portano in prima persona nella stanza di terapia: si può trattare di obiettivi nuovi da raggiungere o di insoddisfazione per la propria vita, in entrambi i casi un cambiamento diventa necessario e indispensabile.

Il fil rouge, a prescindere dai contesti, è il bisogno o il desiderio di cambiare qualcosa di piccolo o grande nella propria vita, con tutte le fatiche, le difficoltà, le paure che questo comporta.

3) dal tuo osservatorio che idea ti sei fatta della famiglia oggi: quali sono le sue
preoccupazioni? i suoi problemi?

Non lavoro direttamente con la famiglia ma ne vedo gli effetti e gli strascichi nella vita dei singoli: le persone parlano molto di famiglia, di quello che funziona e ancora di più di quanto non funziona, del desiderio che hanno di formarne una, della fatica che si fa a portarla avanti, delle difficoltà delle fasi di vita, della sofferenza di certi distacchi o separazioni.

Quello che mi stupisce sempre è che spesso questo argomento viene trasformato in gossip privato senza che le persone sappiano di poter fare attivamente qualcosa per stare meglio anche in famiglia: si pensa semplicemente che le cose vadano così e non possano andare diversamente. Le stesse persone che sul lavoro si preparano, studiano, si impegnano, provano strumenti e strategie per migliorare la  propria professionalità in ambito privato e famigliare si lasciano vivere.

E spesso si confrontano con il cambiamento quando è già diventato un problema.



4) qual è la causa di questi problemi secondo te?
La sensazione è che le persone e le famiglie non utilizzino pienamente gli strumenti mentali e concreti a disposizione nella nostra epoca e cultura anche per la sfera privata.

Nonostante abbiamo tantissime possibilità a disposizione spesso le persone non sono sufficientemente allenate a scegliere, spesso lo fanno in modo inconsapevole senza conoscere i meccanismi e i valori che li portano in una determinata direzione.

L’atteggiamento di “andare avanti a testa bassa” poteva andare bene quando il mondo intorno a noi restava stabile e prevedibile, ma la realtà in cui viviamo è complessa e liquida, diventa necessario divenire consapevoli dell’esterno e contemporaneamente dell’interno, in ogni momento.

La particolarità è che il mondo esterno si fa sentire con una quantità elevata di attività e stimoli e spesso non viene dedicato tempo ed energia sufficiente a definire l’interno, a capire se quello che stiamo facendo è ancora la cosa migliore per noi o  se va modificata, se siamo soddisfatti e lo sono le persone a cui vogliamo bene, se abbiamo chiari i nostri obiettivi e stiamo facendo qualcosa per raggiungerli.

Spesso siamo distratti e ricerchiamo l’intrattenimento, ma -se ci fermiamo un istante a pensare- sappiamo bene che non ci porterà una solida soddisfazione di noi, della nostra vita e della nostra famiglia.

5) quali sono invece i punti di forza della famiglia oggi?

Le persone e le famiglie oggi hanno tantissime possibilità realmente a disposizione: tante informazioni, tanti strumenti e varietà di ogni cosa.

L’abbondanza con cui ci confrontiamo quotidianamente è una risorsa importantissima che va ovviamente indirizzata in base al nostro benessere immediato e a quello a medio-lungo termine.

Certo scegliere può essere difficile ma non è una fatica neppure lontanamente paragonabile a quella di chi vive nell’impossibilità e nel bisogno.

6) chi o quali istituzioni possono aiutare realmente la famiglia oggi?

Per me è una domanda difficile: lavorando con le persone credo che le possibilità siano tutte in mano al singolo, è il primo che deve prendersi la responsabilità della propria vita e fare in modo di viverla nel modo migliore per lui. Il vero punto di svolta è rendersi conto che noi, il nostro modo di affrontare la vita, le emozioni che ci accompagnano fanno davvero la differenza.

Certo il contesto sociale ed economico può dare supporti concreti importanti ma i cambiamenti più importanti e solidi sono quelli interni, non certo quelli voluti per decreto o legge.

7) tre consigli per crescere una famiglia sana e serena

Non amo molto dare e ricevere consigli: sono sempre centrati su chi li dà e poco su chi li riceve! J

Se penso a cosa è utile a me quotidianamente nel mio percorso mi vengono in mente questi tre spunti,spero possano essere utili:
*  Guardare se stessi e gli alti come un infinito tesoro, solo così è possibile scoprire nuove capacità ogni giorno.
*  Chiedersi spesso e volentieri cosa vogliamo e cosa stiamo facendo per ottenerlo.
*  Dedicare tempo ed energia alle relazioni importanti: hanno bisogno di nutrimento quotidiano.







English version





Gloria Bevilacqua is a psychologist and a mom and much more, what you can discover thanks to her Linkedin profile.
What she does is so relevant and charming that we cannot but interview her asking her to describe her wide activity just to introduce herself and her job.

I’m a psychologist since 2001 and my specializations are in organizational consulting  and hypnotic psychotherapy.
Since 2009, when our daughter Gaia was born, I founded with my husband Attivazione, an associated team of psychologists whith the aim to provide tools and suggestions to everyone who needs and want to strengthen her/his inner unused talents.    
We also work on the area of work-family life balance and other subjects connected to the professional role. This brings us almost always to the border with several different and yet interconnected words: and I believe this is a charming job that enthusiasms me!
Which is the kind of people or families or company who require your help?
Our main clients are companies which have to face problems linked to the handling of people. What we see inside these companies is not to far from what we see while dealing with people in the therapy room: it might be new goals to reach or a huge un-satisfaction for one’s life or something like that, In any case a quick change is required.
The connecting link is the fight against the change: need or desire against fear and fatigue.

From your watchtower which kind of family do you see? What concerns them, whicha re the problems families have to face and solve nowadays?

I do not work directly on families, but of course I can see the consequences of the families issues in the people’s life, people I met during my job I mean. Everyone uses  to talk about the family: the one he have or had, the one he want to create, about the challenges, the pains and so on.
What bother me is the fact that this subject is often transformed in a private gossip,, a continuous complaint while actually people can do a lot to change situations . It’s like people believe that everything is fixed and they can’t change the destiny.
The same people that to improve their professionalism uses to study, to strive for learning, do not put the same efforts to improve their family life. It’s like they… let live. 
Which could be the root cause?

My idea is that people tend not to use all the power of their brain and soul for their private life. They may, and actually, have a lot of talents and resources which tend to stay idle  whe considering the family problems.
People seem unable to choose, although we have a lot of options: they are not used, neither trained to chose, and since we cannot live without making choices, they end up to choose  unaware of the consequences of what they are doing, unable to tell which are the values they should lead them. 
It’s no more the time of unaware decision,  the time of “live and let live”: the liquid complex changing world in which we do live requires wisdom and awareness. It imposes them I have to say.
On the other side which are the strenghts of the family?
I can’t tell one, there are so many hidden inside each person and family that are just waiting for awaken… 
Who can help the family nowadays?
It’s a difficult question. Based on my job I believe that every single person has the power to change the situation around, if she/he understands that the power of changing lies inside her/him.

Please, give us three suggestions for rasing an happy family

I hate suggestions because usually they are focused on our personal experience and not on the needs of the person to whom the hints are provided. Having said so, and due to your peaceful insistence, thinking of what helped me I can say:
1.     Look at yourself and other people as if you all were an endless treasure: that the best way to discover new resources every single day
2.     Ask yourself, very often: what Do I want and what am I really doing to get it?
3.     Spend time to nurture important relations: they do really need daily nourishment








mercoledì 13 aprile 2011

Father and son - Padre e figlio


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 Sunday/Domenica April 17th
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C’è sempre una speranza. E questa è la storia di una speranza che è diventata realtà. E che può sciogliere molti nodi. Trovo molto interessanti i post del blog di Vivienne Borne a proposito della relazione tra padre e figli, che lei sa trattare con molta grazia e intensità., e a questo proposito vorrei condividere la mia esperienza sulle battaglie e dolori che costellano questo particolare spiccio del cielo di una famiglia. Ci sono giorni in cui si finisce per pensare cge questo doloroso conflitto non finisca mai e proprio perché non è una battaglia aperta, ma una guerra fredda, una partita a scacchi, dove non ci si scontra frontalmente: cosa che il più delle volte ferisce ancora di più.
Ho trascorso gli ultimi cinque giorno con mio figlio a Miami per lavoro, eravamo lì per lanciare ufficialmente un nuovo brand di scarpe da donna di lusso Salvatore Procopio  e incontrare alcune persone coinvolte nel progetto. Abbiamo alloggiato nella medesima stanza d’hotel per contenere i costi della trasferta. Credo di non avere avuto una intima e intensa connessione con lui da quando aveva sei giorni e, nel tentativo di farlo dormire e concederci così un po’ di riposo, lo tenni sdraiato sul mio petto accarezzandolo e parlandogli sommessamente.
Abbiamo discusso di lavoro, di arte, di sport, di moda. Ci siamo presi delle pause, facendo cose diverse in luoghi diversi l’uno dall’altro. Abbiamo pranzato e cenato insieme, scambiandoci consigli e assaggi. Ho commesso errori, ho chiesto scusa, lui ha accetto con pazienza. Non abbiamo mai litigato. Neanche alzato la voce.
Va bé e allora? Come direbbero “e a noi che ce frega?”. Perché parlare di una storia personale va bene delicato, ma che non sembra azzeccarci con questo blog?
Diciamo così: volevo condividere un lampo di gioia, e la speranza che anche le relazioni complesse – che poi in realtà non è certo l’aggettivo che darei a questa, per nulla-  possono risolversi. Che i nostri figli, anche quando sono grandi, cresciuti, o forse proprio allora, possono trovare una muova, diversa e per certi versi più profonda strada per incontrarci di nuovo. Per stabilire una nuova forma di legame, basato sull’essere adulti e che richiede, da parte nostra, un sacrificio doloroso e profondo.
Dobbiamo in qualche modo rinnegare, no non è il termine giusto, direi diluire, abbandonare con sensibilità, la nostra paternità: intendo dire quel ruolo di controllore, di guardiano capace di prevenire, di risolvere, di ergersi in mezzo. L’accudimento anche virile ma che pone una profonda frazione tra padre e figlio segnandone la distanza. Dobbiamo deporre questo sentimento di necessità, di indispensabilità, e imparare, con sana umiltà, un nuovo modo di trattare i nostri figlio.
Un consiglio: non aspettate che loro compiano 25 anni per pensarci. Iniziamo quando l’adolescenza si infiamma e comincia a corrodere la relazione. C’è da guadagnarci tutti.





English version




There is always a chance, and this is the story of hope which became reality. And can solve many clots. I found very interesting posts in Vivienne Borne’s blog about the relations between father and son, that she can describe with a profound gracefulness and intensity, and I can share my experience about the fights and pains that constellate this particular family sky. There are times when you believe this outrageous conflict will never end furthermore because it’s not a battle, its’ much more a cold war, a chess game, where no frontal combat seems to take place. And sometime this hurts even more.
I spent the last five days with my son in Miami, we’ve been there for business, for supporting the official launch of a new brand of luxury woman shoes Salvatore Procopio and follow up with some meetings. We stayed in the same hotel room to keep costs down. I believe I have never had a such intense connection with Andrea since when, I can’t forget, he was six days old and I held him on my chest while trying to make him sleep and thus take finally a rest.
We discussed business, arts, sport, fashion. We take break, doing different things in different, places. We had lunches and dinners together, sharing suggestions and food.  I made mistakes, apologized, he was patient. We did not argue at all.  
So what is in it for us? Why talk about this maybe delicate personal story, which seems to have nothing to do with this blog?
Well, I’d like to share a glimpse of joy, an hope that even difficult relations –and actually this was NOT our case I have to confess- can find a solution. That our kids, when they are grown up too, or especially, can find out a newer, different and in many ways deeper way to connect, to establish a new form of link based on adulthood that requires a profound and painful sacrifice from us.
We have in some way to deny, no, not exactly deny, to diminish our fatherhood: I mean, forget about the role of patron, the guardian parent that solve every problem and is always there to attend. We have to lay down that feeling of being indispensible to learn, with healthy humility, a new way of treating our kids.
My suggestion: don’t wait till they are 25 to consider this. Let’s all start when adolescence start firing up relationship. It will be a great gain.   











domenica 10 aprile 2011

Silence and words - Silenzi e parole

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 Wednesday/Mercoledi April 13th
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Ho pubblicato questo post sul blog del diario di famiglia e ho pensato che valesse la pena riproporlo qui perché innanzitutto i due pubblici sono diversi e poi perché il tema mi sembra adatto a questa piazza che discute su come rendere le nostre famiglie più felici.
Spero di avere fatto la scelta giusta. Se poi volete dare una occhiata anche all’altro blog, ne sarò felicissimo ovviamente.

E va bene si litiga. Succede in tutte le famiglie. Quando non succede è un problema. Le donne sono più sensibili. E così tengono il muso. Interiorizzano, si direbbe. L’uomo no: sfoga fisicamente, prende le distanze, butta fuori. A volerlo ci sarebbe da ragionare a lungo su questa differenza, che la donna è accoglienza e abbraccio e tiene tutto dentro di sé. Come una madre. Chissà: ne parleremo.
Però poi questa loro rabbia implode e per fartela pagare, un pochino, con affetto, per il nostro bene, per farci capire si intende, ci tolgono per un po’ quello che considerano il loro dono più grande, che condividono proprio con chi amano, con chi sentono intimo e vicino, con chi avvolgono nel loro affetto. E stima.
Non ci parlano più. A noi, gli uomini.
E qui esce tutta la rude insensibilità di un maschio, che al primo momento proviamo sollievo: “tace!” e non ci preoccupiamo, quando invece dovremmo.
E a volte persino non lo notiamo, affascinati da quel silenzio –mai totale si intende, perché ordini e disposizioni arrivano forti e chiare- restiamo prigionieri del momento e avete bisogno voi di dircelo: “guarda che non ti parlo più”. Che a voler ben vedere è uno di quei giochi illogici come il cretese che dice che tutti i cretesi sono bugiardi, ma lasciamo perdere.
E’ che poi riprendere a parlare e a volte, noi cattivi, pensiamo “era meglio prima”, e ci pentiamo subito si intende…
Poi scopro che c’è anche qui una questione di ormoni e di genere sessuale, che è tipico maschile e femminile, e tutto diventa più saggio, anche divertente. Sto proseguendo la lettura di quel brillante e divertente saggio di John Gray  Marte è di ghiaccio e Venere di fuoco.
E a pagina 134 circa scopro che per le donne “parlare dei propri problemi personali può essere un importante stimolatore di ossitocina”. Quindi parlate, esponete –nel senso letterale di porre fuori- le vostre preoccupazioni e lamentele per eliminarle, per condividerle, per minimizzarle. E’ che noi non capiamo, perché parlare di problemi “è per l’uomo un importante inibitore di testosterone”.  E qui c’è il problema, che è spesso ampliato dalla scelta del momento. Quando infatti voi ci raccontate le vostre pene? Quando state bene, siete rilassate, sentite di potervi aprire. E noi? Quello è l‘esatto momento in cui NON vorremmo ascoltarle.
E allora che si fa? Suggerimenti? Idee? O vado avanti a raccontarvi il libro?



English version




And yes, we do argue from time to time. It happens in all the family. Nothing to bother about. It might be a problem when spouses do not quarrel. Women are more emotional, tenderhearted and so they can sulk and stay speechless. They internalize, could we say so? Men: don’t. They become violent, they need to get out of them the pain. Like trying to strip away the sting. We could talk about this: women who are welcome and hug and keep everything inside.  Like a mother. Maybe in the future.
But women’s rage in the end tends to implode and put pressure on you, lovely but also with bitterness, but they do it for our sake, to let us know not to take a revenge! And so they tend to deprive us of the most important gift they can give to those whom they love tendery, those whom they are ready to fight for, to make sacrifice for.
They stop talking to us.
And here: the first big mistake! Because we are rude and insensitive and hardhearted. And our first feeling is, yes we have to confess, relief. She is silent! And so we do not care or worry. And we definitely should!
And sometime we are fascinated  by that silence, which is never total, because you, women, need to shout orders and dispositions, and we end up trapped so that you, women, you have to tell us: “I’m not talking to you”. Which in the end seems and old joke about logic, same family of that famous sentence of the Cretan who claims “all the Cretans lie”.
And then, you decide that the punishment is over and you start again to talk to us, and maybe we believe it was much better before…
That’s life. And then I discover  that it’s all in the hormones and sex (being male or female I mean) and everything looks wise and funny. I’m still reading this wonderful text written by John Gray  Venus on fire Mars on ice and I discover that for women “talking about their personal problems can be a relevant stimulation of oxitocine”. That’s why you talk so extensively about your issues and worries: to delete them by sharing them with us. But we do not understand, because for men “talking about problems is a powerful inhibitory of  testosterone”. And that’s a real problem, which can be enhanced by a wrong timing.
Whe do women usually share with men their worries? When you do feel at ease, comfortable, even happy. And that’s exactly the time we do not want to talk problems.
Now what?
Any suggestions? Or do you prefer I go on reading and telling what Gray suggests?