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domenica 23 dicembre 2012

La rabbia delle mamme - Moms' anger


Italian version: scroll down - Versione Italiana qui sotto

Where does this violence come from?  How moms feel the need to fight like lions or bears for their cubs? Why, especially on the web, they are shouting against everythig and everyone who seems to jeopardize the wellness of their kids? Why they want to prevent their babies –from 0 to 50 years old- from being exposed to life?
Is it possible that life does not hurt? Does an happy ending, happy starting and happy going on life really exist? If not, why moms seems not interested to train their kids to face hurdles, and issues and challenges?
Why they seems unable to rationalize and seems focused only in protecting their kids and keep them in their shelter all life long?
And where are fathers in this scenario? Whose role are they playing? Why are they flight away?


Da dove viene questa paura spropositata? Questa difesa dei propri cuccioli che sa di animale? Le mamme in rete spesso sono più feroci di una leonessa: difendono i propri figli con una violenza del tutto irrazionale che atterrisce. Incapaci di leggere la realtà, giudicano il mondo con l’ottica dei propri figli, che ovviamente sono i migliori del mondo e le vittime della società. Nessuno, se non la mamma, li capisce e nessuno li valorizza.  Nessuno li conosce meglio di loro e sa che cosa realmente è e fa il loro bene.
Li vogliono tenere lontani dalla vita, avvolti nel loro manto fatato che li difende dalla sofferenza, dal dolore. Non si rendono conto che la vita non è buonista, e che presenta spigoli, tagli, sconfitte. Perché non allenarli a prendere colpi e rialzarsi più forti di prima?
Quando abbiamo perso la comprensione che la sofferenza è la prima tappa sulla strada della crescita e della felicità?
E che fine hanno fatto i padri? Dove sono finiti? Dove sono scappati?
sabato 8 dicembre 2012

L'ansia delle mamme - Anxious moms


La versione italiana è qui sotto: scorrere per raggiungerla


I love Facebook: it’s an intriguing mirror of our society and speaks loud about what family fears and what they do love and follow. I tend to consider Facebook like a laboratory where you can stare at the behaviors and examine them like in a test.
I thus try to collect and connect everything is about family and education to be aware of new strengths and weaknesses and find food for thought.
I jumped on a interesting questions some days ago, posted on a very popular page with more than 13.000 fans. A young mom was asking, in what seemed to be quite a desperate mood, “what should I do? My two years old baby do not what to eat!”. I could not resist from answering: just wait for him to be hungry.
Now that was an interesting post because it revelead to me a common trend, a sort o mainstream growing in our society. Moms tend to be more and more anxious.
They do not want their kid to suffer. In no way. Now, it’s quite obvious that no parents dream a sad and painful life for their kids, but on the other hand we have to face the fact that sorrow and pain cannot be avoided in life. Furthermore: they can be a powerful mean to growth: no pain no gain.
So I believe we have to teach our kid from the very beginning that they have to know what sufferance is, how to handle it, how to overcome it, how to squeeze it to gain and to learn from.
And about that baby: let him be hungry (and please don’t stay foolish mom) and just wait till when I will ask for food.
This is not the only sample of anxiety I found on the Facebook,  I’ll talk of some other one later on. In the meantime do you have comments or samples to share?


Versione Italiana

Facebook è uno specchio affascinante della società e delle paure e passioni delle famiglie. Adoro questo social network perché mi piace considerarlo come un laboratorio dove analizzare, quasi in vitro, le dinamiche dei cambiamenti, il connettersi o disconnettersi di nuovi valori e comportamenti.
Così sto molto attento a tutto ciò che riguarda il mondo dell’educazione per comprendere le nuove forze e i nuovi limiti. E qualche volta intervengo. Come qualche giorno fa quando su una pagina molto nota in Facebook , oltre 13.00 di fans come si diceva una volta, vedo comparire questa implorazione: “il mio bambino di due anni non mangia! Che cosa debbo fare?”. Confesso: non ho resistito e ho commentato con un sarcastico –faccio ammenda e chiedo perdono per il tono- “aspettare che gli venga fame!”.
È interessante questa vicenda perché mette in luce alcuni aspetti che stanno caratterizzando la famiglia e l’educazione in questi anni e che potrei definire semplicemente come una profonda ansia da prestazione e da perfezionismo.
Ansia che tutto non vada come vogliamo, che si incontrino ostacoli, che i bambini soffrano.
Ora, non c’è genitore che non voglia che ai propri figli sia risparmiato il dolore. Ma poiché questa è una dimensione ineludibile della vita, anzi anche costruttiva (come dicono gli americani: no pain, no gain cioè senza dolore/fatica/sforzo nessun vantaggio) è bene che insegniamo ai nostri figli a conoscerlo, gestirlo, sopportarlo, superarlo, usarlo per capire e migliorare.
Se non mangia, mangerà quando avrà fame: non si conosce anoressia nell’età infantile né sono noti piccoli Gandhi già portati al digiuno politico prima dell’età per lo meno pre-adolescenziale. Perché preoccuparsi? Perché mettere un bambino di fronte a scelte che neppure un adulto saprebbe, forse, affrontare con serenità? Lasciamo parlare la natura che con i morsi della fame scioglierà il problema. Come le famose bucce di pere di Pinocchio.
Altre forme di ansia in Facebook? Ne parliamo una prossima volta. E voi che cosa ne pensate?
sabato 10 novembre 2012

Le mamme del parco




Le città, si sa, non sono più a misura di bambino. E così ogni famiglia, le mamme soprattutto, abbandonato il tentativo di piegare le metropoli alle necessità della famiglia, cercano di adattare la propria vita così da sfruttare le pieghe dell'acciaio cittadino per far emergere da queste fessure la luce, l'aria fresca, la dolcezza di una vita più a misura di bambino.
Sono di grande aiuto in questo le Mamme del Parco, a Milano: attraverso la loro pagina Facebook e soprattutto il loro sito web sono una fonte continua e limpida di idee, spunti, stimolazioni, networking per sollecitare e suggerire sempre le strade più efficaci per sostenere le famiglie nel compito educativo.
Un ben esempio di creatività concreta e fattiva.
Abbiamo chiesto a Valentina Bianchetti, che del sito è l'ispiratrice oltre che la coordinatrice, di rispondere alle nostre domande.



1) Qual è l'obiettivo della vostra bella pagina, che è un po' blog, un po'... di più: un portale per le mamme....?
Il sito nasce dalla voglia di fornire un servizio di informazioni per le mamme e le famiglie di Milano che all’epoca della sua nascita (2008), ancora non era fornito da nessuno. Partendo dal quartiere di appartenenza, si è ora arrivati a coprire quasi l’intera città, cercando di dare informazioni puntuali e di pubblico interesse.
2) Quali sono le difficoltà di una mamma a Milano in una zona centrale che ha le sue complicazioni?
Milano a mio avviso offre tutto, anche se a volte con qualche difficoltà di movimento. L’unica vera difficoltà che vedo di difficile gestione è la conciliazione per le mamme che non hanno flessibilità lavorativa. Rispetto a molte altre realtà i bambini hanno tutto il loro tempo occupato ed una agenda già fittissima. Quello che cerca di dare il sito è proprio la possibilità di orientarsi in questa moltitudine.
3) La rete può essere davvero un sostegno per mamme e famiglie? In che modo secondo lei?
Assolutamente si, il mio progetto nasce proprio da questa credenza. In rete si possono con facilità e comodità reperire notizie ed informazioni e soprattutto si possono avere riscontri diretti ed opinioni degli altri utenti finali del prodotto, quindi sicuramente veritiere se pur soggettive. Sulle nostre pagine chiunque lo desidera può trovare spazio e mandarci informazioni o pareri o indicazioni. Più la rete è costituita da molteplici voci, più è precisa e completa.
4) Dal vostro osservatorio quali sono le preoccupazioni delle famiglie oggi?
Sicuramente garantire ai figli le migliori opportunità di crescita anche a fronte di difficoltà economiche.
5) Quali sono nella vostra esperienza i principali errori delle famiglie oggi nel campo dell'educazione?
Spesso si demanda l’educazione dei figli a persone disinteressate ed altrettanto spesso si è diventati troppo permissivi e si ritengono i figli intoccabili (inteso come non sgridabili o punibili qualunque cosa facciano, una sorta di iper-protezione-giustificazione)
6) Che cosa cercano le famiglie? che cosa si aspettano come aiuto dalla società, dalla rete, dalla scuola... insomma da "agenzie" esterne?
Le famiglie cercano sicurezza, qualità del servizio offerto, facilità di fruizione, economicità, adattamento.
7) Che cosa apprezzano di più i vostri lettori? quali segnalazioni? corsi di formazione per genitori? attività ludiche? sostegno scolastico? Le nostre lettrici consultano maggiormente le pagine di annunci e l’agenda degli appuntamenti. Molto seguite anche le tematiche di impatto sociale.

8) Può segnalarci qualche blog che sente particolarmente vicino o utile su tematiche che riguardano la famiglia?
Trovo molto utili i blog di associazioni tipo “genitori crescono” , “genitori che” etc. in sostanza chi tratta argomentazioni a largo raggio e non solo i singoli diari di personali esperienze.

9) Può darci tre consigli per rendere le nostre famiglie.... più felici?Equilibrio e rispetto di quello che ogni componente fa, tempo per tutti, anche se poco, ma ben dedicato ed univoco.

lunedì 29 ottobre 2012

Un paese di contraddizioni

Metto in fila alcune riflessioni partendo da episodi apparentemente slegati accaduti in rete, sulla stampa e nella vita in questi giorni e li offro ai vostri commenti
Grazie!

Un post du Facebook
Siamo in una società che quando un bambino ai primi tentativi di andre in bici ti viene addosso nel vialetto del parco, il genitore non si scusa chiendoti pazienza, ma ti insulta chiedendo spiegazioni sul perché tu fossi lì proprio in quel momento e non ti sei spostato per non ostruire il passaggio del suo bambino....
(tutti i commenti al post li potete trovare qui)

Un articolo sull'edizione domenicale de Il Sole 24 ORE - Ricordi e valori: padri e figli di un Paese «serio»   (qui sotto il testo di Roberto Napoletano)
E subito a seguire un commento all'articolo.

Buona lettura e migliori riflessioni!


Mio padre (classe 1926) per andare a scuola faceva sette chilometri a piedi ad andare e sette a tornare ogni giorno e si sentiva un fortunato perché nella sua famiglia «il pane non era mai mancato». La domenica, intorno al tavolo da pranzo, ripercorreva gli anni di liceo e di università, prima e dopo la guerra, e attraverso i suoi ricordi mi trasmetteva tante cose: il senso del sacrificio e la speranza, la voglia di riscatto, un patrimonio di valori (il primo era il lavoro) che porto dentro di me.
Mi è capitato di dirigere il «Sole 24 Ore» nel pieno di una crisi finanziaria globale che ogni giorno si esprime con il suo bollettino di guerra: lo spread BTp-Bund e i tassi che dobbiamo, di conseguenza, pagare per collocare i nostri titoli pubblici. Un giorno di novembre dell'anno scorso ci è toccato aprire il giornale con un titolo a caratteri cubitali, «FATE PRESTO», per rispettare algebricamente il rigore del «Sole» e far capire a tutti che l'Italia stava combattendo una specialissima terza guerra mondiale e si trovava maledettamente collocata, alle spalle della Grecia, nello schieramento degli sconfitti, le nuove macerie erano il lavoro e il risparmio degli italiani. La curva dei rendimenti dei nostri bond di Stato si era pericolosamente invertita: si doveva pagare di più per far acquistare titoli a breve termine rispetto a quelli a dieci anni che a loro volta avevano raggiunto livelli record sostenibili solo per una fase limitata. (...)
Ogni settimana sulla prima pagina della «Domenica del Sole», nella rubrica Memorandum, ho raccontato questi giorni terribili con gli occhi e il cuore del passato, scavando nei miei ricordi personali su e giù per l'Italia e attingendo agli insegnamenti dei padri nobili di questo Paese, degli uomini che hanno fatto l'Europa, ricercando le virtù (nascoste) di un capitalismo fatto di cose che si possono toccare, intuizioni, debolezze e vizi di banchieri e signori della grande finanza. Piccole storie che custodiscono grandi valori da ritrovare e possono ruotare intorno a un cartoccio di caldarroste emiliane o a un pezzo di pane nero con il pomodoro tagliato a metà. (...)
Piccoli valori che riempiono le grandi storie, tengono insieme una comunità, e fanno interrogare su che cosa ci insegnano oggi, ad esempio, il volto scavato di Eduardo de Filippo, il sorriso amaro di Peppo Pontiggia, i sogni a colori di Fellini. La forza dell'amore di Carlo Ponti consente a sua moglie, Sophia Loren, di superare le ansie di una giovane donna di 26 anni chiamata a interpretare il ruolo di una madre (Cesira) con una figlia di 14 anni che lotta contro i bombardamenti e ci regala un capolavoro, La ciociara, la trama familiare di un Paese in macerie ma non disperato. Carlo Ponti e Sophia Loren appartengono alla storia contemporanea del grande cinema d'autore ma l'episodio rivelato parla agli italiani, fa parte della (nostra) storia, dimostra che siamo capaci (se lo vogliamo) di superare qualsiasi ostacolo. (...)
Molti dei figli dei padri e delle madri del Dopoguerra sono diventati padri a loro volta. Mi domando: quanti riescono oggi a trasferire ai propri figli i valori di speranza, di dura fatica e voglia di riscatto che hanno segnato quella stagione? Paradossalmente, per i padri del Dopoguerra era più facile: tutti la pensavano così. Oggi è più difficile, perché il mondo dà messaggi diversi, si è alterata la scala dei valori, e ci si trova a muoversi tra i detriti della finanza allegra e l'idea malsana di una ricchezza garantita (che non c'è più) e una realtà fatta di inquietudini che toccano i nostri risparmi e di un lavoro che si rivela merce rara, quasi irraggiungibile. Mancano i bombardamenti, ma le macerie da cui dobbiamo risollevarci richiedono la stessa forza e determinazione di quegli anni. So quello che mio padre ha insegnato a me, con il detto e il non detto, l'esempio e (a volte) uno sguardo valgono più di tante parole. Vorrei essere capace (e ci provo tutti i giorni) di fare altrettanto con mio figlio, sarebbe il modo migliore per ringraziarlo.
roberto.napoletano@ilsole24ore.com
lunedì 22 ottobre 2012

I no che prevengono la violenza




L'educazione dei bamboccioni nelle violenze subite dalle donne.
Quando i NO non detti diventano aggressività incontrollata contro gli altri, sono spesso le donne a farne le spese. 

In questa lettera di una donna vittima ripetuta di stalking e violenze, apparsa sul blog 27esimaOra del CorSera, uno spunto di riflessione sul ruolo dei genitori e sull'educazione: preparare il cammino per i figli o i figli per il cammino? (Per facilitare i lettori ne riportiamo qui sotto il testo ringraziando fin d'ora il CorSera e i curatori del blog 27esimaOra)

Quante devono ancora morire per capire che l'educazione è un dovere dei genitori?
Che cosa possono fare i genitori per insegnare ai figli che la vita non è un paradiso caraibico dove tutto è a solo per il nostro piacere? 



Ci lasciamo sfuggire così spesso, per un egoismo mascherato e avvolto da preteso amore per i figli, occasioni educative per far comprendere loro che la vita va affrontata senza bambagia, a muso duro, con coraggio, per spremere da ogni istante, che spesso appare ruvido come il legno della croce, quel bene che in esso è nascosto e pronto a fiorire, solo a volerlo coltivare con passione e volontà. 
Così invece di far loro comprendere che più che frignare e lamentarsi serve sorridere e creare, coccoliamo il loro dolore, compiacendoci della nostra genitorialità tradita, e coltiviamo il bamboccionismo che è in loro.





Giovanna ha 37 anni e la sua storia con Carlo è finita. Quando lei ha deciso di lasciarlo, dopo aver scoperto anni di menzogne e relazioni violente parallele, lui l’ha minacciata di morte, l’ha perseguitata a tutte le ore del giorno e della notte. I genitori lo hanno sempre coperto e difeso. “è un bravo ragazzo” si è giustificata la mamma di Samuele Caruso, il 23enne che ha ucciso a Palermo Carmela. Stesse giustificazioni date a Giovanna quando i genitori del fidanzato le mostravano il foglietto lindo del casellario giudiziario. Alla fine lei lo ha denunciato per stalking e lui è stato condannato. Un mese fa lei ha scritto una lettera ai suoi ex suoceri. Ecco alcuni stralci del testo
Gentili Signori,
l’onorevole titolo di “figlia acquisita” di cui mi avete insignita, mi autorizza ad esprimere il mio parere in assoluta libertà senza chiedere autorizzazioni o porgere scuse (…). Un antico ma particolarmente calzante detto recita “La verità è figlia del tempo” e proprio nel tempo è venuto a galla quanto per anni avete cercato di insabbiare.
La mia più grande soddisfazione ad oggi non è tanto la carcerazione di Carlo quanto l’avervi messo davanti ad uno specchio. Nessuno ha brindato o gioito il giorno della sentenza, si è provata solo un’immensa tristezza confortata dalla consapevolezza del trionfo della Giustizia. L’unica soddisfazione che mi sto togliendo è scrivere queste righe che non sono dettate da astio o risentimento ma da semplice buon senso.
Sono state commesse troppe leggerezze nell’educazione di Carlo (…) Si è preferito soprassedere sulle anomalie del suo comportamento sia per non alimentare pettegolezzi tra vicini e parenti sia per l’altissima considerazione in cui viene tenuto il figlio maschio, magari provando una punta di orgoglio nel vedere che sa come farsi “rispettare” dalle donne.
Ma a chi è giovato? E’ valsa la pena rovinarlo per non aver voluto imporsi e per non aver avuto l’umiltà di ammettere di non possedere gli strumenti per ricondurlo sulla retta via, cedendo il posto a specialisti quali psicologi o assistenti sociali che potessero farne un individuo autonomo, onesto, dignitoso, capace di badare a se stesso? (…) La polvere va rimossa, non nascosta sotto al tappeto.
Avreste potuto anche denunciarlo compiendo così il più grande atto d’amore nei suoi confronti tendendogli una mano per salvarsi da se stesso. Ma avete preferito limitarvi a sgridarlo ogni tanto come si fa coi bambini quando lasciano i giocattoli in disordine e il fatto che il nostro sistema giudiziario non vi reputi perseguibili, vi esonera sì da responsabilità legali e formali, ma non morali.
Generando un figlio avete sottoscritto una sorta di “contratto” con la società, contratto che vede i genitori garanti della consegna ad essa di una persona degna di farne parte: cosa vi ha autorizzato ad infrangere questo patto? Chi vi ha autorizzato a consegnare al mondo una persona con così tanti squilibri, che gioca a rovinare la vita degli altri? Cosa è stato per voi più importante del benessere di vostro figlio? (…)
Non sono madre, ma sono figlia e se sono cresciuta sana, con una formazione adeguata ai tempi e capace di badare a me stessa, è stato soprattutto grazie ai divieti opposti dai miei genitori che si sono tradotti in dolorosi ma formativi NO. Se io sbaglio nessuno mi compra un’auto più potente della precedente o mi permette di togliermi il capriccio del cane o mi copre inventandosi le scuse puerili che sentivo a casa vostra, una per tutte quella dell’invidia dei parenti…Invidiarvi per cosa? per i pavimenti brillanti forse, ma a che serve una casa tanto pulita se sono sporche le intenzioni e la coscienza?
Il messaggio che avete trasmesso a Carlo è che chi sbaglia non solo non paga ma viene perfino premiato.
(…) Se vi foste comportati come dei genitori e non come degli albergatori, a quest’ora la situazione sarebbe molto diversa: a Carlo non servono lenzuola pulite o gustosi manicaretti o camicie perfettamente stirate che lo rendano credibile, ma persone che siano per lui di esempio. E comportarvi civilmente con le sue vittime, dopo tutto quello che ci avete costretto a sopportare, avrebbe potuto rappresentare un momento significativo per lui, mentre avete assunto l’atteggiamento di chi il torto lo ha subito.
A che è servito coprirlo, difenderlo, appellarsi quando è indifendibile anche agli occhi del suo stesso avvocato? Cosa potete ancora opporre agli atti dei Tribunali, tutti assolutamente concordi sull’attitudine delinquenziale? Se non avete voluto aiutarlo a crescere, accettate che ora siano le istituzioni a farsi carico di 38 anni di omissioni.
(…) Non si è voluto prevenire, nonostante le numerose avvisaglie che il ragazzo vi ha mandato negli anni, a danni fatti  ma nemmeno correre ai ripari con il risultato che le istituzioni ora semmai lo puniranno e non lo rieducheranno, peggiorando così una situazione già molto critica. E purtroppo siamo state noi vittime a chiederne l’intervento esponendo noi stesse e le persone a noi vicine al rischio di ritorsioni e vendette future.
(…) Dove eravate mentre con me si comportava in modo tale da farsi condannare a due anni di carcere o mentre tormentava le altre vittime? Ha sempre vissuto con voi se ben ricordo.
So bene che chiedergli chiarimenti comporta minacce se non aggressioni, ma voi siete la sua famiglia ed è vostro preciso dovere prendere provvedimenti preventivi o riparatori: abbiate il coraggio di affrontarlo, è il vostro sangue, non potete ne’ temerlo ne’ ignorarlo, sarebbe come dire che temete la vostra testa o il vostro cuore. E se doveste avere la peggio, a parer mio è più giusto e coerente che al pronto soccorso ci finiate voi piuttosto che la sottoscritta.
(…) Mia madre, anche se sono alla soglia dei 40 anni, fruga ancora nelle mie tasche e nel mio cestino se fiuta qualcosa di poco convincente che mi riguarda. Non vi mancano la luce e l’aria nel tenere continuamente la testa sotto la sabbia?
(…) Siete stati talmente “distratti” da non riuscire a controllarlo nemmeno nel periodo dei domiciliari: rendendo inaccessibili telefoni e computer forse si sarebbe risparmiato una condanna. E dopo aver perso anche in appello, un giorno l’ho trovato a 200 metri da casa mentre andavo in ufficio alle 9.15 del mattino intento a simulare un incontro casuale per avvicinarmi e provocarmi. Episodio che mi ha costretta a deviare verso il Commissariato……ma chi è Carlo per voi? Possibile non riusciate a tenerlo a bada nemmeno in un momento così delicato? Cosa aspettate per intervenire, un omicidio? Sforzatevi di vedere il positivo di questa vicenda: non dovrete più fingere normalità e spensieratezza.
La messa in scena è terminata, non dovete nemmeno più simulare quell’ipocrita aria trionfante che avevate nel mostrarmi il casellario nel 2006 quando ancora godeva del beneficio della non menzione. Umanamente è comprensibile l’amarezza che provate, ma è l’atteggiamento di sufficienza che avete assunto ad essere quasi diabolico. Fate che Carlo sia e resti un problema vostro e non mandatelo in giro a turbare la serenità di famiglie oneste (…)
Se poi siete talmente avvezzi a trattare con poliziotti e avvocati da pensare che facciano parte del quotidiano di chiunque, vi informo che personalmente ho varcato la porta di studi legali, commissariati, di un pronto soccorso e di un carcere solo dopo aver incontrato voi e da quando siete usciti dalla mia vita non a caso non ne ho più avuto la necessità.
(…) Grazie a Voi ho conosciuto tutto ciò da cui la mia famiglia ha sempre cercato di proteggermi proprio come farebbe qualunque famiglia coscienziosa.
A me rimane solo la consolazione di sapere che non può capitarmi nulla di peggio di quanto ho vissuto grazie a voi.
Vostra “figlia”




lunedì 1 ottobre 2012

Giovanna Abbiati e l'Istituto Superiore di studi sulla Donna




Imbattersi nell’Istituto Superiore di Studi sulla Donna  sicuramente incuriosisce, dato che se è vero che un uomo non riuscirà mai a comprendere una donna, specie la moglie, è anche vero che a progettare addirittura un Istituto non ci aveva pensato ancora nessuno. Scoprire poi che al vertice c’è uno staff di donne guidato dalla spagnola Marta Rodriguez stimola decisamente la curiosità. Ecco la ragione per l’intervista a Giovanna Abbiati Fogliati, vice direttrice, personaggio decisamente popolare in rete, dato che collabora con TED la TV della rete che propone grandi lezioni di grandi esperti, anche in YouTube è presente con diversi video, ve ne propongo qui a distanza di un click uno e due, ed è tra gli ispiratori di un master in scienze della rete e dei media.

Perché un istituto pensato a misura di donna? è una specie da proteggere?
Il nostro Istituto innanzitutto è composto da   donne e uomini e questo perché la “misura” di riferimento è la nostre comune umanità,  quella dell’uomo e della donna. Noi pensiamo alla donna come una vera “forza della natura”, ma è anche vero che nella società  sono  molte  le circostanze in cui le donne rappresentano i membri dei gruppi più vulnerabili e quindi vanno protette, noi lo facciamo a livello culturale.
Quale obiettivo si pone l’istituto?
Siamo un Istituto di formazione accademica che appartiene ad un Ateneo Pontificio. Il nostro sforzo è quello di formare, ispirare, aprire orizzonti nuovi a  donne nuove capaci di essere agenti di cambiamento ,  ognuna con il proprio talento,  nella propria comunità. Lo facciamo attraverso la formazione di alta qualità e progetti che noi chiamiamo “brain food” capaci di ispirare e trasformare…sia per uomini che donne naturalmente
Qual è la sua immagine di donna nel 2012?
Una donna che non misuri il suo successo solo in termini di “posizionamento” sociale,  di leadership  o di carriera, ma sia felice e appagata delle relazioni importanti  che è riuscita a costruire nel tempo.
Quale futuro per le bambine di oggi? In occidente e nel resto del mondo
La bambina occidentale dovrà proiettarsi in  un contesto globale,  dialogare con  altre culture, non chiudersi in un modello consumistico e relativista basato sul vuoto, dovrà recuperare una sua identità cercarla nella ricchezza della nostra tradizione .La bambina del mondo in via di sviluppo dovrà essere pronta a combattere per i suoi diritti: istruzione e  uguaglianza, prima di tutto.  
Perché la donna va trattata diversamente dall’uomo?
E’ una questione di funzioni e valori. E’ ancora  importante  che la donna sia la protagonista della generazione, educazione crescita della prole? Se questo è un valore importante per l’umanità e la società, esso va tutelato, valorizzato,  protetto con ogni mezzo.  
Leadership e femminilità: che cosa differisce dal modello maschile?
Ritengo la parola leadership  abusata. Preferisco definire la donna “una forza umanizzatrice” nel mondo non ancora del tutto scoperta. La dedizione, la compassione, l’altruismo, la maternità affettiva, il prendersi cura dei deboli. Sono forze del mondo, importantissime e indispensabili in qualsiasi società, e sono forze tipicamente femminili. 
Madre e professionista: è possibile trovare una conciliazione?
Assolutamente sì. Penso al computer, lavorare in casa oggi è possibile e molte aziende sono family friendly, una dirigente di Microsoft mi ha detto un giorno che le più importanti decisioni le ha prese in videoconferenza mentre aspettava i figli alle lezioni di nuoto.
Ci può spiegare meglio il progetto WomanWorldWeb in che cosa consiste?
Nella creazione di un centro di eccellenza informatica per donne. Abbiamo notato che le donne sono sempre più attive protagoniste sul web, molto capaci a creare community. Le donne che formiamo entrano automaticamente a far parte di un circuito virale in cui poter condividere progetti comuni, a livello globale e locale. L’inter connettività fa miracoli!
Quale azioni concrete sono ispirate dal lavoro dell’istituto
In questo momento siamo fiere di aver coinvolto come docenti  Google, Microsoft e Facebook,  per la prima volta insieme, per parlare di  responsabilità e etica della rete in un Master sulla Comunicazione che ha attirato l’attenzione di molte realtà del Terzo settore e della Chiesa.
Che cosa consiglierebbe alle bambine, alle ragazze e alle giovani donne di oggi per raggiungere la propria felicità?
Credo che nella vita di noi donne  il momento più bello sia stato quando siamo state innamorate. Innamoratevi veramente, giorno dopo giorno, se si ama davvero una persona,  credo sia facile capire cosa è bene e cosa è male, facendo il bene, per amore,  si può essere felici.
Alle donne di ieri che cosa rimprovera? Che cosa invece hanno fatto bene per affermare la loro dignità e i loro talenti?



L’emancipazione raggiunta dopo tante battaglie deve dimostrare la forza  delle donne per umanizzare una società che con guerre, carestie, inquinamento, ingiustizie e volgarità  sta diventando disumana. 
venerdì 28 settembre 2012

L'asilo del bamboccioni? Una replica


Romana e romanista, come dice la biografia ufficiale, giornalista della pagina Esteri del CorSera, lunga esperienza in terra statunitense, autrice di un blog sui diritti umani in collaborazione con Amnesty International, Monica Ricci Sargentini si concede puntate di qualità su 27esimaora, il blog al femminile del CorSera che “racconta le storie e le idee di chi insegue un equilibrio tra lavoro (che sia in ufficio o in casa), famiglia, se stesse. Il nome nasce da uno studio secondo il quale la giornata delle donne in Italia dura 27ore allungandosi su un confine pubblico-privato che diventa sempre più flessibile e spesso incerto”. Se con “il lavoro e il senso di colpa” esplora la quadratura del cerchio tra maternità e professione e in “le donne sono più intelligenti degli uomini?” disserta di differenze tra i sessi e autostima, è con il pezzo sui bamboccioni all’asiloche ha fatto il botto. Non che gli altri articoli siano meno interessanti, chiariamo, ma perché la reazione che ha suscitato la sua riflessione sulla follia dell’inserimento all’italiana è stata di quelle che graffiano. No, nessuno è corso a bruciare copie del CorSera davanti a via Solferino, ma sulla rete la rissa tra i sostenitori di Monica e chi la apostrofava di crudeltà verso l’infanzia si è fatta assai ruvida. 

Come mai le è venuto in mente di toccare uno degli argomenti più pericolosi dell’educazione?
Era tanto che volevo farlo. Sono sempre stata molto insofferente verso gli atteggiamenti iperprotettivi delle mamme italiane. Penso che un’educazione più spartana e “leggera” nel senso di non ansiosa sia la ricetta giusta per crescere dei bambini sicuri di sé, indipendenti e anche felici. Ai miei figli non impongo la maglietta della salute, gli lascio fare il bagno anche dopo aver mangiato, non gli parlo delle correnti d’aria e non penso mai che muoiano di fame. Se vogliono dormire da un amichetto sono contenta. I gemelli a nemmeno tre anni sono andati in Inghilterra con la tata a casa dei suoi genitori (che avevamo conosciuto), tutti hanno pensato che fossimo pazzi, invece loro sono stati benissimo.

Secondo lei perché il suo pezzo, con il quale concordo al 100%, ha sollevato queste reazioni molto emotive?
Perché ha toccato un nervo scoperto, una situazione che è sotto gli occhi di tutti. E’ stato come dire “il re è nudo”. Che l’inserimento sia fatto per rassicurare le mamme e non i bambini mi sembra abbastanza chiaro. Alla base di questo ragionamento c’è la diffidenza, la sfiducia nell’affidare agli altri i propri figli perché meglio della mamma non c’è nessuno. Un atteggiamento che porta danni perché bisogna essere aperti al mondo e non chiusi.

Qual è il principio alla base della sua riflessione?
Che non bisogna trattare i bambini come se fossero di porcellana ma al contrario avere più fiducia nelle loro possibilità di adattamento e nella loro fame di conoscenza. Le faccio un esempio: ci preoccupiamo sempre che non prendano freddo quando è noto che i bambini hanno più caldo di noi. Basta ricordarsi questo per placare l’ansia. Pensi che noi alla materna abbiamo avuto un grosso problema nella classe di Eva perché la maestra pensava che non la coprissimo abbastanza! E lo stesso avviene con l’inserimento. Perché mai andare a scuola dovrebbe essere traumatico? Perché il bambino dovrebbe piangere? Dopotutto le occasioni di distacco dalla madre possono essere molteplici, la scuola non è l’unica. Secondo me l’inserimento è sintomo di ansia, di iperprotettività, rende il bambino insicuro e fragile.

Ma le mamme di oggi sono troppo ansiose? Perché?
Un tempo c’era la saggezza popolare. Quando nasceva un figlio si seguivano i consigli della mamma e della nonna. Oggi le donne sono sole e spesso in balia delle mode. Come quella dell’allattamento a richiesta. Un’altra follia, non solo italiana questa volta, per cui si consiglia con molta insistenza alle neomamme di non dare una routine al bimbo sin da subito. Con il risultato che molte smettono sentendosi in colpa terribilmente. E che il neonato fatica a prendere un ritmo, a dormire sin da subito la notte e non fa mai un pasto completo.

Quale responsabilità hanno avuto e hanno gli operatori culturali, dagli psicologi fino ai giornali, nella creazione di una mentalità pro-bamboccioni, cioè a favore dell’iperprotezionismo sempre e comunque?
Sicuramente la doverosa attenzione alla psicologia è stata esasperata e anche svuotata di significato perché tutti ormai si sentono padroni della materia. Così capita che la maestra, anzi l’educatrice come si dice oggi, definisca oggetto transizionale il libro che il bambino vuole portare a casa, senza sapere che magari quel bambino manifesta spesso quel desiderio e non solo a scuola. Alla materna dei miei figli ho notato un uso spropositato di paroloni per descrivere l’attività dei bambini. L’altro giorno sul Corsera ho letto un articolo che invitava i genitori a non buttare i giocattoli dei figli perché dietro ognuno di essi c’è un ricordo! Ho cominciato a immaginare ridendo case piene di giocattoli dove non si poteva più entrare.   


Perché all’estero è diverso secondo lei?
Non voglio generalizzare ma sicuramente nel Nord Europa c’è più pragmatismo e quindi i piedi rimangono per terra. Ci si fanno meno problemi a prendere un aereo con un neonato o a portarlo in alta montagna. Quante famiglie abbiamo visto in giro con dei bambini piccolissimi? Della scuola inglese, infatti, mi piace l’essenzialità. Non mi hanno mai chiesto di portare un bavaglino e questo perché il bambino deve imparare a mangiare senza sporcarsi. Non lo trova giusto? All’Università negli Stati Uniti gli studenti vivono nel campus e si guadagnano i primi soldi con qualche lavoretto. Io, per esempio, allo Smith College mettevo a posto i libri in biblioteca e mi pagavano. Questo vuol dire educare all’autonomia.

Quali sono a suo parere i principali problemi che le famiglie oggi affrontano nell’educazione?
La mancanza di punti di riferimento e di uno Stato che vada incontro alla famiglia. In Francia le madri lavoratrici portano i bambini al nido a poche settimane dal parto. Qui invece ti fanno sentire in colpa se non fai l’inserimento come se da quello si misurasse il tuo attaccamento ai figli. E poi penso che sia negativa la mancanza dell’autorità. Quando i genitori giocano a fare gli amici dei propri figli, quando i professori vengono messi continuamente in discussione non solo dai ragazzi ma anche da papà e mamma, non può venire fuori nulla di buono.

Quali principi dovrebbe seguire una famiglia nell’educazione?
Questa è una domanda difficile perché chiaramente ognuno alleva i figli secondo i propri principi. Io per esempio penso che sia importante un’educazione un po’ all’antica i cui pilastri sono il rispetto, la gentilezza, l’onestà, la tenacia, la fiducia e l’amore per gli altri, lo studio duro e naturalmente le buone maniere. Penso anche che sia fondamentale un percorso spirituale. Non mi sentirei mai di dire a un bambino che Dio non esiste. Per decidere di non credere c’è sempre tempo.


Può darci tre consigli che una famiglia dovrebbe seguire per essere felice?
Lei mi mette in difficoltà. Sicuramente il primo, fondamentale, è dormire. Una famiglia felice deve poter riposare la notte. Insegniamo ai neonati sin dai primi giorni ad addormentarsi da soli nella loro stanzetta. Evitiamo i riti della buonanotte e se piangono non corriamo subito in loro soccorso. Gli regaleremo la possibilità di essere autonomi sin da subito!
Il secondo è amarsi. Se i bambini respirano armonia e tenerezza in casa cresceranno più sereni. Lo dico da figlia di divorziati. E’ chiaro che non è facile e  a volte non è possibile. Ma è fondamentale per la stabilità interiore e anche per i futuri rapporti affettivi dei nostri figli. La famiglia che siamo è il modello che loro in qualche modo avranno dentro per sempre.
Il terzo è insegnargli a sognare, a pensare che nulla sia impossibile. Io l’ho imparato in America: se vuoi una cosa veramente puoi ottenerla, basta che ti impegni.  Non a caso gli americani la ricerca della felicità l’hanno messa tra i diritti elencati nella dichiarazione d’Indipendenza. Ai miei figli ripeto sempre che non bisogna mollare mai. E ci credo veramente.  
martedì 25 settembre 2012

La necessità di ascoltare strada maestra dell'educazione




"Sono un educatore. Riaccendere la speranza è il compito di ogni educatore. Questo blog è dedicato a tutti coloro che credono in questa sfida."

Ecco: una presentazione di questo tipo colpisce e stimola. Così ho colto l’opportunità di porre qualche domanda a Saverio Sgroi, l’autore di queste due intriganti righe.


Che cosa significa "riaccendere la speranza" e perché ce n'è bisogno oggi?
Riaccendere la speranza vuol dire risvegliare nelle persone il desiderio di cose grandi. Un desiderio che negli adolescenti è molto vivo ma che spesso questi perdono man mano che crescono e guardano agli adulti: le paure, la disillusione, il disimpegno, a volte cinismo di chi dovrebbe rappresentare per loro un modello di vita spegne in essi il desiderio e la speranza nel futuro.
A questo si aggiunge il fatto che viviamo in un mondo appiattito sulla dimensione orizzontale, ma l'uomo è fatto anche per un’altra dimensione, quella verticale. Se la esclude perde di vista il senso della propria vita.
Qual è la principale sfida educativa di oggi?
Credo che la sfida più grande che abbiamo davanti sia quella di riscoprire la bellezza di educare. Da un lato dobbiamo recuperare una dimensione pedagogica che purtroppo negli anni ha lasciato troppo spazio a quella patologica: si ricorre troppo spesso al terapeuta perché non si educa più. Dall'altro lato è necessario riscoprire il senso dell'educazione e cioè aiutare l'uomo a diventare quello che è chiamato ad essere: una persona libera che si realizza nella relazione di impegno con gli altri.
Che cosa preoccupa le famiglie oggi?
È difficile dirlo in poche righe. Credo che le famiglie risentano del clima di incertezza che si respira nella società. Le difficoltà del lavoro, quelle educative, la precarietà delle relazioni, ci condizionano e ci fanno reagire, quasi senza che ce ne rendiamo conto, con un innalzamento del livello ansiogeno. Si diventa ossessivamente preoccupati del futuro dei figli, ma anche del loro presente. Questo però rischia di limitare lo sviluppo dell’autonomia nei ragazzi. Se essi si sentono costantemente sotto il controllo dei genitori, se sanno che tanto poi ci sono papà e mamma a tirarli fuori dai guai, come faranno a crescere e a divenire capaci di sbrigarsela da soli?
Che cosa fa soffrire le famiglie oggi?
Anche a questa domanda è difficile rispondere. Credo che la sofferenza sia uno dei più grandi misteri della vita dell’uomo, un mistero di fronte al quale ciascuno di noi dovrebbe fare un passo indietro prima di dire qualsiasi parola. Un passo indietro di rispetto nei confronti di chi soffre. Premesso ciò, penso che ciò che fa soffrire i genitori sia sempre la stessa cosa, oggi come ieri: vedere sbagliare il proprio figlio e sentirsi impotenti, aver paura che le scelte che compie non lo rendano felice, fare i conti con la sua richiesta di libertà e autonomia. So per esperienza che si soffre tanto davanti ad un ragazzo adolescente che reclama la sua libertà. Ma, dicevo prima, è il prezzo da pagare per farlo diventare grande.
Quali sono i temi del tuo blog che ottengono maggiore interesse? perché secondo te?
Sono i temi che riguardano l’affettività: l’intimità, le emozioni, i sentimenti, la sessualità. Non mi meraviglia che sia così, perché oggi è più facile comunicare con i sentimenti piuttosto che con la razionalità. I genitori stessi hanno un rapporto diverso con i figli, rispetto a come era qualche decennio fa, la famiglia da normativa si è trasformata in affettiva. Anche gli articoli su Facebook riscuotono un grande successo.
Dal tuo osservatorio che spaccato di famiglia ne risulta?
Premetto che il mio è un osservatorio parziale, ossia il punto di vista degli adolescenti. I ragazzi oggi non fanno la guerra ai genitori, come avveniva vent’anni fa. Anzi, essi hanno il desiderio di comunicare con i propri genitori, anche se lo fanno a modo loro; e soprattutto hanno un grande desiderio di essere capiti e ascoltati. Credo che la partita oggi si giochi sulla capacità dei genitori di imparare ad ascoltare i propri figli. Conosco ragazzi che hanno uno splendido rapporto con i genitori perché sanno che possono sempre contare sempre su di essi, quando lo vogliono. Direi che c’è un grande bisogno di una famiglia molto comunicativa.
Ci dai tre consigli per avere una famiglia... felice?
Mia mamma mi dice sempre che per andare d’accordo, in famiglia come nella vita, bisogna essere disposti a cedere qualche volta. Non sempre, ovviamente. Bisogna imparare a farlo “a turno”.
E allora i tre consigli che mi sento di dare sono: comprendersi, accettarsi, e fidarsi a vicenda.
In definitiva non dico nulla di nuovo, perché sono gli ingredienti dell’amore!

Saverio Sgroi, è direttore del Centro di Orientamento dell’Arces di Palermo, educatore e prossimo giornalista. Lavora da più di 20 anni in attività educative con gli adolescenti, che incontra frequentemente nelle scuole per parlare di educazione dell’affettività. Ha svolto diverse conferenze e incontri per educatori (genitori e docenti) sul mondo degli adolescenti, sull’affettività, sulla comunicazione genitori-figli e sui social network. Dal 2008 ha fondato e gestisce il portale per teenagers Cogito et Volo Da quasi due anni scrive per alcune riviste periodiche, su temi che riguardano l’educazione. I suoi articoli sono raccolti sul sito La sfida educativa.