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giovedì 13 settembre 2012

Bamboccioni all'asilo?


Ripubblichiamo volentieri questo articolo apparso sul blog 27esimaora del CorSera in data 12 settembre 2012 perché offre interessanti riflessioni sull'educazione fin dalla scuola materna e sul ruolo dei genitori nell'educazione all'autonomia. 
Interessante ragionare sull'ansia dei genitori che sembrano, specie nei commenti sulla pagina originale, tra chi accusa l'autrice di schierarsi dalla parte dei "parcheggiatori" di figli e chi invece ne sostiene le tesi confermando che questo atteggiamento iperprotettivo finisce per generare bamboccioni.
Ma davvero si può parlare di trauma dell'abbandono? Davvero non è possibile sviluppare la fortezza dei bambini fin dall'asilo? Davvero non si può superare l'ansia dell'abbandono? Davvero si rischia di lasciare strascichi profondi nella psiche dei piccoli? Come hanno fatto le nostre generazioni a sopravvivere a tutti questi traumi, dato che in passato queste "delicatezze" erano ignote?

Ringraziamo l'autrice Monica Ricci Sargentini per questa intelligente provocazione.


In questi giorni si aprono le scuole. L’inizio dell’anno scolastico dovrebbe essere un momento gioioso per i bambini e i loro genitori. Ma per quelle mamme e, più raramente, per quei papà che portano i loro figli alla materna l’ingresso nella scuola sarà un percorso a ostacoli, una specie di incubo kafkiano che si chiama inserimento. Il programma varia a seconda dell’Istituto ma, quasi sempre, prevede un paio di settimane  in cui i bambini devono adattarsi al nuovo ambiente progressivamente per non subire traumi e quindi vengono accompagnati da uno dei genitori in classe: all’inizio restano per una quantità di tempo minima che poi lentamente aumenta fino ad arrivare al tempo pieno. Un fenomeno tutto italiano che spesso obbliga la mamma o il papà persino a prendersi le ferie.

L’anno scorso è toccato anche a noi. Alla scuola materna di Via Mantegna a Milano hanno deciso a priori, senza nemmeno conoscere i pargoli, che i nostri due gemelli dovevano iniziare con un’ora di asilo al giorno e uno dei genitori doveva sempre essere presente. Ma io ero a Londra per lavoro e questo ha creato un primo problema visto che Eva e Bruno erano in classi diverse. Quale madre snaturata va all’estero in un momento così importante (sottinteso potenzialmente difficile/traumatico) per i propri figli? Come mai non si sente immensamente in colpa? Ma tant’è le maestre hanno dovuto far buon viso a cattivo gioco e accontentarsi della tata (e di mio marito ovviamente). Io mi sono presentata quando ormai la settimana di passione era quasi finita. Ero in classe con Bruno che giocava senza problemi, dopo cinque minuti ho cominciato a friggere, la mia presenza mi sembrava totalmente inutile. Così ho chiesto alla maestra se me ne potevo andare visto che il bambino era chiaramente “inserito”. Ma lei mi ha risposto scandalizzata di no, che la prassi era aspettare almeno una mezz’ora a prescindere da come si comportava il pargolo.
La domanda che vi pongo è la seguente: perché dobbiamo drammatizzare in questo modo un evento naturale e piacevole come l’ingresso alla materna? Cosa devono pensare i nostri figli? Che li stiamo portando in un luogo pericoloso dove forse non vorranno restare perché sicuramente è meglio passare il tempo con la mamma? E poi ci lamentiamo dei bamboccioni che a trent’anni stanno ancora a casa con i genitori! Ma se glielo abbiamo insegnato noi tra mille premure, paure, apprensioni supportate dalla psicologia da salotto che è tanto in voga.
E’ vero. Un tempo i nostri nonni si facevano pochi problemi. E spesso crescevano i figli a suon di sganassoni. Ma oggi siamo passati all’eccesso opposto. Alleviamo i nostri bambini come se fossero fatti di porcellana, crediamo che possano rimanere segnati a vita se perdono un giocattolo che gli è caro, li copriamo fino a farli scoppiare di caldo per paura che si ammalino (non a caso siamo il Paese delle correnti d’aria e della cervicale), chiediamo se e cosa hanno mangiato come se ci fosse il rischio che muoiano di fame. Non capiamo che il regalo più grande che possiamo fargli è l’indipendenza, la capacità di camminare con le proprie gambe, di non temere gli altri.
In altre parti del mondo non è così. L’inserimento non esiste. Ne ho avuto la prova venerdì scorso quando è iniziato il primo anno di materna nella scuola britannica di Milano, Sir James Henderson School. Io e mio marito abbiamo portato i bambini in due classi diverse dove sono stati accolti con grande serenità. Dopo cinque minuti Eva dipingeva, Bruno giocava. Ho detto a una delle due maestre: “Vedo che il bambino è tranquillo, io andrei”. Lei mi ha risposto: “Signora prima se ne va e più facile sarà il mio compito!”.  Non potevo credere alle mie orecchie. Tempo pieno da subito e senza drammi. Certo qualcuno piangeva. E allora la mamma rimaneva lì per qualche minuto in più. Ma poi se ne andava comunque e il piccolo dopo poco smetteva. Come è  normale che sia, tranne che qui da noi. Tanto che la direttrice della lower school, Angela Dean, si è sentita in dovere di fare ai genitori il seguente discorso:
“Uno dei nostri obiettivi è l’indipendenza. Sappiamo che l’approccio in Italia è molto protettivo. Gli mettete sempre voi il maglione, gli preparate la cartella. Per favore cercate di cambiare atteggiamento e rendete i vostri figli più autonomi. Altrimenti a scuola si aspetteranno da noi lo stesso comportamento!”.
E’ ora che noi mamme italiane impariamo ad allentare la corda, a essere più leggere, a non rimuginare. Una volta una mia amica mi ha confessato di provare un  immenso piacere ad avere i figli che piangevano non appena usciva di casa: “Mi fa sentire la più importante”. Senza rendersi conto di quanto così li rendeva insicuri, negandogli la libertà di crescere cittadini del mondo.

giovedì 31 maggio 2012

Mooreeffoc: beauty and the beast - La bella e la bestia

Roomeeffoc Thursday 
The provoking post

Giovedì Roomeeffoc
La provocazione per riflettere

Il testo italiano è qui sotto






You can’t play trick with your kids. That’s the claim of this post which criticize the habit to dress and make up very young girls like lolitas. All the moms are proud of their kids, ça va sans dire, but there is a limit to this healthy pride that we must not overcome.
What’s happening is that an increasing number of mothers tends to misunderstand  care for their daughters with a wrong sense of exhibitionism. The origin of the post is the opening in Italy of new kid’s beauty center  for girls under 14, whose aim is not to enhance the fresh beauty of a kid, but to transform the little girls in teasing lolitas.
Even if the number of insane mothers, like to one who has been recently kicked off  from Anderson Cooper, is still little (anyway even one is too much), the interest for a crazy sense of beauty seem to be a growing disease.
Which is the reason for this? Why do some women act this way? What are they teaching about life to their daughters?
What do you think?


Il testo italiano




Non è possibile giocare sporco con i vostri figli. Questa è l’affermazione di questo post che critica l'abitudine di vestirsi e truccarsi come Lolite di ragazze molto giovani. Tutte le mamme sono orgogliose dei propri figli, ça va sans dire, ma c'è un limite a questo sano orgoglio che non dobbiamo superare.
Quello che sta succedendo è che un numero crescente di madri tende a fraintendere la cura per le figlie con un senso sbagliato di esibizionismo. L'origine del post è l'apertura in Italia del nuovo centro estetico per le ragazze under 14, il cui scopo non è quello di migliorare la fresca bellezza di un bambino, ma di trasformare le bambine in Lolite stuzzicanti.
Anche se il numero di madri folli, come quella cacciata dal suo show da Anderson Cooper, è ancora basso (comunque anche uno è troppo), l'interesse per un senso insano di bellezza sembra essere una malattia in crescita.
Qual è la ragione? Perché alcune donne agiscono in questo modo? Che cosa stanno insegnando sulla vita alle loro figlie?
Cosa ne pensate?
lunedì 30 aprile 2012

What parents fear: facing risks - Che cosa gli potrà succedere? Le paure dei genitori




Next english post Wednesday May 2nd  
Prossimo post mercoledì 2 maggio

Testo in italiano qui sotto - grazie







We start talking some post ago we talked about what parents fear.  To start going deeper let’s first list them again, as Mariolina Migliarese our favorit psychiatrist uses to define them, so that we could be able to understand better each of them

1)   we fear to make mistakes, to hurt our kids because we take wrong decisions
2)   we fear for their health: diseases, risks, wrong friends, wrong places…
3)   we fear to lose their love, their appreciation
4)   we fear to impose them our values, what we believe in
5)   we fear they can suffer in any way, especially frustration

Last week we discussed the fear to make mistakes so today we will face the second listed fear: that they could be hit by something terrible, they could fall ill, they can meet wrong people, the can be exposed to risks and so on.
In some way that is an healthy fear: it’s one of our duty to protect our kids and to teach them how to face the dangers that life & world will through against them.
And that’s precisely the point: we have to prepare them, teach them, train them to face life. Not manipulate life to prevent any potential risk.

It’s important to consider two main factors here, in my opinion:

First: we improve and get smarter only, or mainly, when we face issues and we are able to overcome them or to cope with the defeat. That’s the way people fortify their personality. To become stronger we need to face the unexpected and solve the problem. It help us to learn, therefore to make our reason brighter, and to reinforce our will.
Second: to learn how to face concerns we have first… to face some. It’s a on-the-job learning process. We need to have problem to solve to learn how to solve problems! So it’s our duty, as parents, to find out the best balance between protection from risks and exposition to dangers to toughen our children. We already talked about this in the post we wrote about Lenore Skenazy and the free range kid approach.

Let’s get back to our childhood: I know the world was much less dangerous than now (but then again: is this true? Was it really less risky or were the perils just different from now) and I know that the environment was really different from town to town from block to block, not to talk about different countries. But let’s remember: how did we learn what life was?

Testo in italiano



Qualche post fa abbiamo ripreso una conversazione di Mariolina Migliarese che presentava le principali paure dei genitori. Per riprendere il tema partiamo elencando qui di seguito quali sono, secondo la psichiatra infantile, le nostre paure prima di discuterle una alla volta.

1) abbiamo paura di sbagliare, di ferire i nostri bambini perché prendiamo decisioni errate
2) temiamo per la loro salute: le malattie, i rischi, gli amici errate, posti sbagliati...
3) abbiamo paura di perdere il loro amore, il loro apprezzamento
4) abbiamo paura di imporre i nostri valori, ciò in cui crediamo
5) abbiamo paura di farli soffrire in qualche modo, soprattutto abbiamo paura che provino frustrazione.

La scorsa settimana ci siamo occupati della paura di sbagliare, oggi tocca alla paura per la salute dei nostri figli.  Che cosa può accadere loro? Si possono ammalare, farsi male, frequentare compagnie inadatte, o addirittura pessime, essere esposti a rischi e così via…
Certamente questa paura ha in sé qualche cosa di sano: è il nostro dovere di proteggere i nostri figli e insegnare loro a saper fronteggiare quei pericoli che a vita e mondo scaglieranno contro di loro.

Ecco infatti il punto: dobbiamo prepararli, istruirli, allenarli ad affrontare la vita. Non manipolarle il mondo per creare un ambiente protetto e innaturale intorno a loro. Insomma per ripetere una frase che ci piace molto: non preparare il cammino per i figli, ma i figli per il cammino.

Per questo, secondo me, è bene avere presenti due punti.

Primo: la persona umana migliora e cresce solo, o soprattutto, se viene messo di fronte a problemi da superare e impara risolvendoli e cavandosela o impara a gestire la delusione del fallimento. È così che fortifichiamo la nostra personalità. Per diventare più forti abbiamo bisogno di fronteggiare gli imprevisti e essere capaci di risolvere il problema. Ci aiuta ad apprendere, quindi rende la nostra ragione più lucida, e fortifica la nostra volontà.

Secondo: per imparare a gestire i problemi dobbiamo innanzitutto… avere problemi da gestire. Si impara solo dalla pratica. Dobbiamo avere sfide da affrontare per imparare come affrontare le sfide. Come genitori abbiamo dunque il dovere di trovare il giusto equilibrio tra protezione dai rischi ed esposizione ai pericoli con fine di crescita. Ne abbiamo parlato quando abbiamo presentato Lenore Skenazy e il suo approccio all’educazione.

Proviamo per un istante a tornare alla nostra infanzia: lo so, lo so. si dice che il mondo fosse molto meno pericoloso di oggi (ma è poi vero? O i pericoli erano solo diversi da quelli di oggi?) e so benissimo che le situazioni erano molto diverse da quartiere a quartiere da città a città da città a campagna. Ma… come abbiamo imparato che cosa fosse la vita?

mercoledì 8 febbraio 2012

Di cammino e figli - Your kids' way



Scroll down for English version - thank you



Talvolta le parole differiscono per particolari così minuscoli che finiamo per confonderle tra di loro con possibili effetti collaterali rilevanti.
Rimasi sorpreso e conquistato quando un amico, diversi anni fa, mi aprì gli occhi a riguardo raccontandomi di come apostrofava il figlio che rientrando a casa da scuola buttava sempre la cartella in mezzo al corridoio invece che riporla nel posto giusto. E all’invito perentorio a metterla a posto rispondeva con il consuento “lo so, lo so”. Ecco, l’amico aveva trovato il tormentone acuto e soprendente: “non dire lo so, devi dire lo fo’”. Forse arcaico, ma molto efficace, non trovate.
Perché anche a noi capita di confondere conoscenza con azione, e questo anche nell’educazione, ed è una confusione che ci può danneggiare. E danneggiare i figli.
Ma c’è un’altra coppia di parole che spesso si confondono sulle quali vorremmo indirizzare la vostra attenzione, perché qui l’errore può essere devastante: desiderio e necessità. O per meglio dire “quello che vogliono, quello di cui hanno bisogno” Dove loro sono ovviamente i figli.  Troppo spesso abbiamo la tentazione di dare loro ciò che vogliono, chiedono, strepitano per avere. Invece dovremmo dare loro sempre ciò che abbisognano. Perché volere può essere un capriccio sciocco, ma la necessità deriva da un obiettivo. Uno scopo.
Quando abbiamo bisogno di qualche cosa? Quando abbiamo un obiettivo e c’è qualche cosa, un ostacolo, che ci impedisce di raggiungerlo. Qual è l’obiettivo che abbiamo per i nostri figli? E che cosasi frappone tra loro ed esso?
Credo che la risposta a queste domande stia in una semplice e tagliente frase che ho trovato citata da Elena Frigoli, che abbiamo intervistato qui tempo fa: “i genitori non devono preparare il cammino ai figli, ma i figli per il cammino”.
Non siete d’accordo?







English version



Sometime words differ for such a small aspect that you tend to mistake them, and this can cause a lot of collateral damages. Of course, since I’m Italian I can find easier this oddity in Italian terms. I was surprised and conquered by a friend of mine long ago when, talking about education, he came out with this little story of his kid who, coming back home from school, seemed to be unable to place his bag at the right place. And when mom or dad remind him to arrange his stuff he was used to answer “I know, I know”. Now his father came out with this simple and powerful answer: “you do not have to say I know, rather I do”.
This is an example of mistakes we often do mistaking knowledge for action. And we tend to have the same approach with our kids.
The second one, which can be a much bigger and devastating mistake is to mix up desire and need, or better say “what they want, what they need”. They = our kids.
We too often are temped to give them what they want, which as much often is not what they need. Need something requires a goal, while wanting can just be a silly maggot.
When you do need something? When you try to reach a goal and you find an obstacle in front of you. Now, which is the goal you envision for your kids?
I believe the answer is in a sentence I found quoted by Elena Frigoli, whom we interview some time ago, “parents should not prepare the way for their kid, rather their kid for the way”.
Don’t you agree?