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venerdì 28 settembre 2012

L'asilo del bamboccioni? Una replica


Romana e romanista, come dice la biografia ufficiale, giornalista della pagina Esteri del CorSera, lunga esperienza in terra statunitense, autrice di un blog sui diritti umani in collaborazione con Amnesty International, Monica Ricci Sargentini si concede puntate di qualità su 27esimaora, il blog al femminile del CorSera che “racconta le storie e le idee di chi insegue un equilibrio tra lavoro (che sia in ufficio o in casa), famiglia, se stesse. Il nome nasce da uno studio secondo il quale la giornata delle donne in Italia dura 27ore allungandosi su un confine pubblico-privato che diventa sempre più flessibile e spesso incerto”. Se con “il lavoro e il senso di colpa” esplora la quadratura del cerchio tra maternità e professione e in “le donne sono più intelligenti degli uomini?” disserta di differenze tra i sessi e autostima, è con il pezzo sui bamboccioni all’asiloche ha fatto il botto. Non che gli altri articoli siano meno interessanti, chiariamo, ma perché la reazione che ha suscitato la sua riflessione sulla follia dell’inserimento all’italiana è stata di quelle che graffiano. No, nessuno è corso a bruciare copie del CorSera davanti a via Solferino, ma sulla rete la rissa tra i sostenitori di Monica e chi la apostrofava di crudeltà verso l’infanzia si è fatta assai ruvida. 

Come mai le è venuto in mente di toccare uno degli argomenti più pericolosi dell’educazione?
Era tanto che volevo farlo. Sono sempre stata molto insofferente verso gli atteggiamenti iperprotettivi delle mamme italiane. Penso che un’educazione più spartana e “leggera” nel senso di non ansiosa sia la ricetta giusta per crescere dei bambini sicuri di sé, indipendenti e anche felici. Ai miei figli non impongo la maglietta della salute, gli lascio fare il bagno anche dopo aver mangiato, non gli parlo delle correnti d’aria e non penso mai che muoiano di fame. Se vogliono dormire da un amichetto sono contenta. I gemelli a nemmeno tre anni sono andati in Inghilterra con la tata a casa dei suoi genitori (che avevamo conosciuto), tutti hanno pensato che fossimo pazzi, invece loro sono stati benissimo.

Secondo lei perché il suo pezzo, con il quale concordo al 100%, ha sollevato queste reazioni molto emotive?
Perché ha toccato un nervo scoperto, una situazione che è sotto gli occhi di tutti. E’ stato come dire “il re è nudo”. Che l’inserimento sia fatto per rassicurare le mamme e non i bambini mi sembra abbastanza chiaro. Alla base di questo ragionamento c’è la diffidenza, la sfiducia nell’affidare agli altri i propri figli perché meglio della mamma non c’è nessuno. Un atteggiamento che porta danni perché bisogna essere aperti al mondo e non chiusi.

Qual è il principio alla base della sua riflessione?
Che non bisogna trattare i bambini come se fossero di porcellana ma al contrario avere più fiducia nelle loro possibilità di adattamento e nella loro fame di conoscenza. Le faccio un esempio: ci preoccupiamo sempre che non prendano freddo quando è noto che i bambini hanno più caldo di noi. Basta ricordarsi questo per placare l’ansia. Pensi che noi alla materna abbiamo avuto un grosso problema nella classe di Eva perché la maestra pensava che non la coprissimo abbastanza! E lo stesso avviene con l’inserimento. Perché mai andare a scuola dovrebbe essere traumatico? Perché il bambino dovrebbe piangere? Dopotutto le occasioni di distacco dalla madre possono essere molteplici, la scuola non è l’unica. Secondo me l’inserimento è sintomo di ansia, di iperprotettività, rende il bambino insicuro e fragile.

Ma le mamme di oggi sono troppo ansiose? Perché?
Un tempo c’era la saggezza popolare. Quando nasceva un figlio si seguivano i consigli della mamma e della nonna. Oggi le donne sono sole e spesso in balia delle mode. Come quella dell’allattamento a richiesta. Un’altra follia, non solo italiana questa volta, per cui si consiglia con molta insistenza alle neomamme di non dare una routine al bimbo sin da subito. Con il risultato che molte smettono sentendosi in colpa terribilmente. E che il neonato fatica a prendere un ritmo, a dormire sin da subito la notte e non fa mai un pasto completo.

Quale responsabilità hanno avuto e hanno gli operatori culturali, dagli psicologi fino ai giornali, nella creazione di una mentalità pro-bamboccioni, cioè a favore dell’iperprotezionismo sempre e comunque?
Sicuramente la doverosa attenzione alla psicologia è stata esasperata e anche svuotata di significato perché tutti ormai si sentono padroni della materia. Così capita che la maestra, anzi l’educatrice come si dice oggi, definisca oggetto transizionale il libro che il bambino vuole portare a casa, senza sapere che magari quel bambino manifesta spesso quel desiderio e non solo a scuola. Alla materna dei miei figli ho notato un uso spropositato di paroloni per descrivere l’attività dei bambini. L’altro giorno sul Corsera ho letto un articolo che invitava i genitori a non buttare i giocattoli dei figli perché dietro ognuno di essi c’è un ricordo! Ho cominciato a immaginare ridendo case piene di giocattoli dove non si poteva più entrare.   


Perché all’estero è diverso secondo lei?
Non voglio generalizzare ma sicuramente nel Nord Europa c’è più pragmatismo e quindi i piedi rimangono per terra. Ci si fanno meno problemi a prendere un aereo con un neonato o a portarlo in alta montagna. Quante famiglie abbiamo visto in giro con dei bambini piccolissimi? Della scuola inglese, infatti, mi piace l’essenzialità. Non mi hanno mai chiesto di portare un bavaglino e questo perché il bambino deve imparare a mangiare senza sporcarsi. Non lo trova giusto? All’Università negli Stati Uniti gli studenti vivono nel campus e si guadagnano i primi soldi con qualche lavoretto. Io, per esempio, allo Smith College mettevo a posto i libri in biblioteca e mi pagavano. Questo vuol dire educare all’autonomia.

Quali sono a suo parere i principali problemi che le famiglie oggi affrontano nell’educazione?
La mancanza di punti di riferimento e di uno Stato che vada incontro alla famiglia. In Francia le madri lavoratrici portano i bambini al nido a poche settimane dal parto. Qui invece ti fanno sentire in colpa se non fai l’inserimento come se da quello si misurasse il tuo attaccamento ai figli. E poi penso che sia negativa la mancanza dell’autorità. Quando i genitori giocano a fare gli amici dei propri figli, quando i professori vengono messi continuamente in discussione non solo dai ragazzi ma anche da papà e mamma, non può venire fuori nulla di buono.

Quali principi dovrebbe seguire una famiglia nell’educazione?
Questa è una domanda difficile perché chiaramente ognuno alleva i figli secondo i propri principi. Io per esempio penso che sia importante un’educazione un po’ all’antica i cui pilastri sono il rispetto, la gentilezza, l’onestà, la tenacia, la fiducia e l’amore per gli altri, lo studio duro e naturalmente le buone maniere. Penso anche che sia fondamentale un percorso spirituale. Non mi sentirei mai di dire a un bambino che Dio non esiste. Per decidere di non credere c’è sempre tempo.


Può darci tre consigli che una famiglia dovrebbe seguire per essere felice?
Lei mi mette in difficoltà. Sicuramente il primo, fondamentale, è dormire. Una famiglia felice deve poter riposare la notte. Insegniamo ai neonati sin dai primi giorni ad addormentarsi da soli nella loro stanzetta. Evitiamo i riti della buonanotte e se piangono non corriamo subito in loro soccorso. Gli regaleremo la possibilità di essere autonomi sin da subito!
Il secondo è amarsi. Se i bambini respirano armonia e tenerezza in casa cresceranno più sereni. Lo dico da figlia di divorziati. E’ chiaro che non è facile e  a volte non è possibile. Ma è fondamentale per la stabilità interiore e anche per i futuri rapporti affettivi dei nostri figli. La famiglia che siamo è il modello che loro in qualche modo avranno dentro per sempre.
Il terzo è insegnargli a sognare, a pensare che nulla sia impossibile. Io l’ho imparato in America: se vuoi una cosa veramente puoi ottenerla, basta che ti impegni.  Non a caso gli americani la ricerca della felicità l’hanno messa tra i diritti elencati nella dichiarazione d’Indipendenza. Ai miei figli ripeto sempre che non bisogna mollare mai. E ci credo veramente.  
giovedì 13 settembre 2012

Bamboccioni all'asilo?


Ripubblichiamo volentieri questo articolo apparso sul blog 27esimaora del CorSera in data 12 settembre 2012 perché offre interessanti riflessioni sull'educazione fin dalla scuola materna e sul ruolo dei genitori nell'educazione all'autonomia. 
Interessante ragionare sull'ansia dei genitori che sembrano, specie nei commenti sulla pagina originale, tra chi accusa l'autrice di schierarsi dalla parte dei "parcheggiatori" di figli e chi invece ne sostiene le tesi confermando che questo atteggiamento iperprotettivo finisce per generare bamboccioni.
Ma davvero si può parlare di trauma dell'abbandono? Davvero non è possibile sviluppare la fortezza dei bambini fin dall'asilo? Davvero non si può superare l'ansia dell'abbandono? Davvero si rischia di lasciare strascichi profondi nella psiche dei piccoli? Come hanno fatto le nostre generazioni a sopravvivere a tutti questi traumi, dato che in passato queste "delicatezze" erano ignote?

Ringraziamo l'autrice Monica Ricci Sargentini per questa intelligente provocazione.


In questi giorni si aprono le scuole. L’inizio dell’anno scolastico dovrebbe essere un momento gioioso per i bambini e i loro genitori. Ma per quelle mamme e, più raramente, per quei papà che portano i loro figli alla materna l’ingresso nella scuola sarà un percorso a ostacoli, una specie di incubo kafkiano che si chiama inserimento. Il programma varia a seconda dell’Istituto ma, quasi sempre, prevede un paio di settimane  in cui i bambini devono adattarsi al nuovo ambiente progressivamente per non subire traumi e quindi vengono accompagnati da uno dei genitori in classe: all’inizio restano per una quantità di tempo minima che poi lentamente aumenta fino ad arrivare al tempo pieno. Un fenomeno tutto italiano che spesso obbliga la mamma o il papà persino a prendersi le ferie.

L’anno scorso è toccato anche a noi. Alla scuola materna di Via Mantegna a Milano hanno deciso a priori, senza nemmeno conoscere i pargoli, che i nostri due gemelli dovevano iniziare con un’ora di asilo al giorno e uno dei genitori doveva sempre essere presente. Ma io ero a Londra per lavoro e questo ha creato un primo problema visto che Eva e Bruno erano in classi diverse. Quale madre snaturata va all’estero in un momento così importante (sottinteso potenzialmente difficile/traumatico) per i propri figli? Come mai non si sente immensamente in colpa? Ma tant’è le maestre hanno dovuto far buon viso a cattivo gioco e accontentarsi della tata (e di mio marito ovviamente). Io mi sono presentata quando ormai la settimana di passione era quasi finita. Ero in classe con Bruno che giocava senza problemi, dopo cinque minuti ho cominciato a friggere, la mia presenza mi sembrava totalmente inutile. Così ho chiesto alla maestra se me ne potevo andare visto che il bambino era chiaramente “inserito”. Ma lei mi ha risposto scandalizzata di no, che la prassi era aspettare almeno una mezz’ora a prescindere da come si comportava il pargolo.
La domanda che vi pongo è la seguente: perché dobbiamo drammatizzare in questo modo un evento naturale e piacevole come l’ingresso alla materna? Cosa devono pensare i nostri figli? Che li stiamo portando in un luogo pericoloso dove forse non vorranno restare perché sicuramente è meglio passare il tempo con la mamma? E poi ci lamentiamo dei bamboccioni che a trent’anni stanno ancora a casa con i genitori! Ma se glielo abbiamo insegnato noi tra mille premure, paure, apprensioni supportate dalla psicologia da salotto che è tanto in voga.
E’ vero. Un tempo i nostri nonni si facevano pochi problemi. E spesso crescevano i figli a suon di sganassoni. Ma oggi siamo passati all’eccesso opposto. Alleviamo i nostri bambini come se fossero fatti di porcellana, crediamo che possano rimanere segnati a vita se perdono un giocattolo che gli è caro, li copriamo fino a farli scoppiare di caldo per paura che si ammalino (non a caso siamo il Paese delle correnti d’aria e della cervicale), chiediamo se e cosa hanno mangiato come se ci fosse il rischio che muoiano di fame. Non capiamo che il regalo più grande che possiamo fargli è l’indipendenza, la capacità di camminare con le proprie gambe, di non temere gli altri.
In altre parti del mondo non è così. L’inserimento non esiste. Ne ho avuto la prova venerdì scorso quando è iniziato il primo anno di materna nella scuola britannica di Milano, Sir James Henderson School. Io e mio marito abbiamo portato i bambini in due classi diverse dove sono stati accolti con grande serenità. Dopo cinque minuti Eva dipingeva, Bruno giocava. Ho detto a una delle due maestre: “Vedo che il bambino è tranquillo, io andrei”. Lei mi ha risposto: “Signora prima se ne va e più facile sarà il mio compito!”.  Non potevo credere alle mie orecchie. Tempo pieno da subito e senza drammi. Certo qualcuno piangeva. E allora la mamma rimaneva lì per qualche minuto in più. Ma poi se ne andava comunque e il piccolo dopo poco smetteva. Come è  normale che sia, tranne che qui da noi. Tanto che la direttrice della lower school, Angela Dean, si è sentita in dovere di fare ai genitori il seguente discorso:
“Uno dei nostri obiettivi è l’indipendenza. Sappiamo che l’approccio in Italia è molto protettivo. Gli mettete sempre voi il maglione, gli preparate la cartella. Per favore cercate di cambiare atteggiamento e rendete i vostri figli più autonomi. Altrimenti a scuola si aspetteranno da noi lo stesso comportamento!”.
E’ ora che noi mamme italiane impariamo ad allentare la corda, a essere più leggere, a non rimuginare. Una volta una mia amica mi ha confessato di provare un  immenso piacere ad avere i figli che piangevano non appena usciva di casa: “Mi fa sentire la più importante”. Senza rendersi conto di quanto così li rendeva insicuri, negandogli la libertà di crescere cittadini del mondo.

sabato 28 aprile 2012

Sabato italiano: L'alibi della scoliosi


Sabato Italiano: il post solo nella lingua del Belpaese
Italian Saturday: only for Italian speaking readers



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Prossimo post lunedì 30 aprile






Qualche volta è una nonna, più spesso una mamma. Talvolta capita al nonno. Tutti a congiurare contro il cucciolo, che spesso ha superato l'età del primo ruggito, anche del secondo, e de terzo.
Ma non ha ancora l'età per portarsi a spalle la cartella.
Che sarà anche pesante, e i giornali parlano della scoliosi e dei difetti di crescita.
D'inverno nelle località sciistiche assume altri contorni: sono gli sci che mamme, papà o spesso tate (quando ci sono) portano in spalla mentre il pargolo, poverino, sgambetta agitando stanco bastoncini e scarponi. Qui il problema sono le spalle. E poi un po' di attenzione per la fatica. E' qui a divertirsi, il tesorino, mica a faticare. 
Però.
Però mia mamma lo chiamava olio di gomito. E più che fatica produce fortezza e resistenza.
E comprensione di che cosa sia la vita.
Ora scuserete il tono acido, sarcastico, ma certe cose faccio fatica a capirle. Che poi ci lamentiamo se alla prima frustrazione crollano, se poi quando sono adolescenti diventano ingestibili, se poi finiscono per fare danni gravi, alcuni gravissimi.
Che cosa abbiamo fatto per far capire loro che la vita è bellissima sì, ma è dura e va affrontata col petto in fuori e i denti digrignati?
Che cosa abbiamo fatto per insegnare loro la fortezza?
Già, ma la fortezza è virtù da insegnare? Vale ancora oggi?



mercoledì 4 aprile 2012

La strada spianata - Streight ahead


Prossimo post venerdì 6 aprile 

Next post april 6th 


La versione italiana è qui sotto, scorrere per raggiungerla grazie






Weird encounters. I’ve been asked to talk about how the present crisis affect the work-family life balance and I ended up suggesting to give tasks to kids in order to prepare them to the unevenness that life will eventually offer them and also to teach that you need to contribute to your family life. I face the fierce resistance of a grandmother who, with a lot of severe elegance, told me that she strongly disagreed with what I said and that she stoutly believes that kids should not be oppressed with duties and tasks.
Let’s think about. I believe here there is a major point to discuss.
Which is the goal of both positions and which will be the consequences of these two different approaches to life and education.
I believe the lady want to preserve her two nephews, smooth out the path for them, avoid any coarseness, any pain from their life. I can understand. It’s a dream we all have: for us and for our kids.
But life is different. It’s not a nice stroll in a wonderful garden in a mild climate rich of sunshine. It’s much more close to a quest in a wild forest where you have to cut your path in a tangle of thorny bush fighting against mosquitoes in wet and hot conditions. And it’s raining all the time.
So protect kids that way will just have one consequence: forward them the wrong idea that they do not have to work hard in life, that will have all they want in a click, that someone will always provide them any solution.
Is that what we want?
Surely not. But sometime we do not consider the link between what we want and how we act.
How could we overcome this inconsistency?



Si fanno strani incontri. Mi è stato chiesto di parlare in una parrocchia per guidare una riflessione su come l’attuale crisi stia influendo sull’equilibrio lavoro-vita familiare e sono finito a fare un accenno su come sia importante affidare incarichi ai figli per aiutarli ad affrontare le ruvidità che la vita presenterà loro, capire il senso del lavoro e della responsabilità, e sentirsi partecipi alla vita di famiglia.
E mi sono trovato a gestire la feroce resistenza di una nonna che, con severa eleganza, disapprovava energicamente ciò che avevo appena detto affermando di essere profondamente convinta che i bambini non debbano essere oppressi con compiti e doveri fosse anche svuotare la borsa da calcio e mettere a lavare gli indumenti sporchi.
Pensiamoci su un attimo, riflettiamo su questo punto che ritengo molto importante.
Qual è lo scopo di queste due posizioni e quali le conseguenze di questi due diversi approccio alla vita e all’educazione?
Credo che la signora desiderasse difendere i suoi due nipotini, spianare il percorso per loro, evitare loro ogni inciampo, difficoltà, sofferenza. Lo comprendo. E’ un sogno che ognuno di noi ha: per noi e per i nostri figli una vita senza spine.
Ma la vita è differente: non è una piacevole passeggiata in un giardino curato in una mite giornata di sole. E’ più simile ad un’avventura in una foresta di rovi dove bisogna farsi strada a colpi di machete combattendo contro la natura, le zanzare. E fa caldo ed è umido. E generalmente piove sempre.
Ne consegue che proteggere i nostri figli in quel modo non può che condurre ad una fine scontata: trasmettere loro l’idea errata che non dovranno mai far fatica nella vita, che avranno tutto con un click, che qualcuno sarà sempre lì a proteggerli. La strada diretta dalla bambagia ai bamboccioni.
È questo che vogliamo?
Sicuramente no. Ma talvolta non consideriamo il legame tra ciò che vogliamo e come agiamo.
Come possiamo curare questa incoerenza?